mercoledì 6 maggio 2015

Lombino non tiene tanto genio di arrestare i colpevoli



Lo ammetto, che devo fare?, così è. Il commissario Arcangelo Lombino ad oggi vice questore con la precisa responsabilità, per delega si capisce, del mantenimento dell’ordine pubblico in quel di Napoli, non tiene tanto genio di arrestare i colpevoli. Che lui stesso infallibilmente, adesso non esageriamo, quasi, molto quasi infallibilmente, scopre. Un casino!

Mettiamo un poco di ordine. Innanzitutto quali colpevoli? Non certo i camorristi. Su quello non ci sono perplessità. Oddio in Nucleo Centrale non è che è proprio il colpevole camorrista a finire in galera, però che può fare il commissario? Quell’altro, pure lui camorrista, si consegna con tanto di confessione circostanziata. Consegna pure l’arma del delitto, la perizia balistica dubbi non ne lascia, con le sue impronte. E non tiene uno straccio di alibi. Neanche un’ombra di movente, se è per questo. Lombino lo capisce ma, ripeto, che può fare? Arrestare chi secondo lui è il vero colpevole? Ma come fai? Confidarsi, confrontarsi, fidarsi del pubblico ministero più bello che il noir mondiale ricordi, la splendida e professionale Scarfoglio dottoressa Margherita. Non era cosa. Si erano pure litigati. Nientemeno che Lombino non se la scopava. Un fatto che gridava vendetta al cospetto del padre eterno.
(Non vorrei dire, ma poi Lombino se la tromba alla bella dottoressa, se la sposa e da bravo commissario/vice questore del mio amatissimo sud la mette pure incinta. Che sono tutte queste storie con tutti questi problemi? Uno convive non convive; è fidanzato non è fidanzato; ci piace non ci piace; tengo desiderio di te, ma Lucilla non è male - chi è Lucilla? Non lo so, mi piaceva il nome. Un’altra te, diciamo - ; stare insieme porta all’abitudine eppure non posso vivere senza di te, quindi me ne sto da solo. Ce ne stiamo da soli, lontani. Come si fa a diventare padre? Quest’ultimo quesito mi fa impazzire. Ma come investigatori che non vi dico, e non lo sanno? Lombino lo sa. E si dà da fare. Margherita poi, anzi prima, è una gran fica. Quindi? Lo so già, quindi. Che sono un autore rozzo. Uno lo sa coma si fa a diventare a padre, è la responsabilità che ne deriva il problema. Primitivo. Di un autore. Sarà. Io tanto tanto non ne sono convinto. Uomini di quel calibro, che si sono caricati sulle loro spalle tutti i problemi del mondo dei vivi e in alcuni casi anche di quello dei morti, che temono, hanno paura, della responsabilità di crescere un figlio? Mah. Oltretutto scopano come ricci, nelle condizioni le più impossibili, e mai una di loro che resti gravida. Boh.)
Insomma in Nucleo, Lombino, il colpevole, quello che tale si è dichiarato, lo arresta senza se e senza ma. Come uno sbirro vero. Quale egli si sente. Ed è. E il vero colpevole? Libero. Che razza di sbirro vero, che si sente ed è, questa specie di commissario sarebbe? Non so che dire. Lombino questo è. È capace di gesti, vogliamo dire alla Marlowe? È capace. Arcangelo Lombino si prende responsabilità altre. Pagando di persona.
Lombino i camorristi li manda in galera, senza requie, abbiamo detto. Gli altri non proprio. Perché? Il primo problema di Lombino è che “giustizia” è una parola che non suona bene né in bocca ad uno sbirro né tantomeno sulle labbra di un magistrato, qualunque esso sia, pubblico ministero o giudicante. Già tiene il commissario, ad oggi vicequestore, un problema grande come una casa con la legge, figuriamoci con la giustizia. Per non parlare del carcere.
Partiamo dal carcere. Lombino non crede che il carcere sia un luogo dove la gente diventa migliore. Per il nostro commissario il carcere è un luogo di perdizione. Non c’è nessuna reale efficacia della pena detentiva come rieducazione. Chi esce da galera dopo aver scontato quello che aveva da scontare è mediamente peggiore di quanto non lo fosse prima di uscire. Del reinserimento, poi, in un contesto sociale degno non ne parliamo proprio, chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere, e ancora chiacchiere. Il carcere è un inferno, dove se uno non si suicida è perché …. Non lo so, ma di sicuro bene non si trova. Troppo severo il giudizio di Lombino? Troppo duro? Una società ha il diritto di difendersi, e per questo che esistono le carceri. Lombino è d’accordo. Ma il problema lo tiene. Se uno, quindi, ha ucciso per troppo amore, o per difendere chi ha amato e ama, o anche per esagerata gelosia, o perché non poteva fare diversamente, perché se ciò che altri hanno chiamato fattore umano in qualche modo e misura lo ha messo con le spalle al muro, in quell’inferno di nome carcere bisogna mandarlo?
La legge. La legge non è uguale per tutti. Lombino ne è convinto. In Relatività Centrale Lombino spiega perché la legge non è, non lo è mai stata, e sempre più non lo sarà, uguale per tutti. Se uno non vuole leggere Relatività, secondo me sbaglia ma è un suo diritto, può, per farsi un’idea, pensare al cataclisma di esperti che più esperti non si può che imperversano più o meno baldanzosamente per i processi. Scusate, ce lo vogliamo chiedere quanto costano? Loro e tutte le scene del crimine bidimensionali, tridimensionali e, persino, tetradimensionali, che devono ricostruire (tetradimensionali non esiste, non è possibile! Sarà, ma io per prudenza lo lascio.), tutti i percorsi che devono percorrere e ripercorrere, tutte le analisi che devono essere fatte e rifatte, tutte le psicologie che devono essere intraprese e portate a compimento. E voglio fermarmi qui. Chi ce li ha tutti questi soldi? E come fa uno a difendersi se l’accusa ha mezzi e potere illimitati?
Certo, non è che Lombino non crede nella legge, ci crede. Il suo dovere lo fa. Quello di sbirro. Mediamente lo fa, e lo fa anche bene. Però non è che è convinto che il così detto rigore della legge vada bene sempre e comunque. Per i camorristi non c’è problema, hanno un sacco di soldi. E poi a Lombino non stanno simpatici, se vogliamo dire così, proprio per niente. Sopraffazione, violenza, crudeltà, malvagità, ferocia, e ancora troppi  soldi! Ma gli altri? Tutti gli altri? Quasi vittime del loro fattore umano? È un problema. (E i camorristi? Non tengono pure loro il fattore umano? Sì e no. Forse donna Assunta Imperio, non so. E le colpe della società, delle ingiustizie sociali, del lavoro che non c’è? Indubbiamente, ma quando è troppo è troppo. E poi, l’ho detto,  a Lombino “il sistema” non piace proprio per niente, a lui piacciono le persone. Quelle che soffrono, che si sacrificano, che amano, che odiano, e non per soldi o sopraffazione, che si mettono totalmente in gioco, e non per un potere ottuso e violento, che sanno andare oltre. Anche oltre ciò che la legge non riconosce. Assunta Spina può insegnarci qualcosa?).
E siamo arrivati alla giustizia. Per Lombino la giustizia è roba da maneggiare con cautela. Anche se amministrata nel nome del popolo. Non c’è giustizia senza verità. E la verità processuale è quella che è. In tribunale è vero ciò che ragionevolmente puoi dimostrare. In un noir che si rispetti siamo border line. Ciò che è accaduto è accaduto, ciò che è vero è vero. I tribunali vanno rispettati e aiutati ma … c’è sempre un ma.
Se proprio vogliamo il commissario ad oggi vicequestore Lombino fa propria, coscientemente o anche no, la posizione di Dostoevskij, cioè che, in fondo, la giustizia è una categoria divina. Come è noto per Dostoevskij senza Dio non c’è verità. E senza verità non c’è giustizia. Non è che Lombino sia Dostoevskij. Siamo tutti d’accordo credo, anche perché da come riporta per iscritto le sue vicissitudini mi pare fin troppo evidente. Ma non è neanche Montalbano tutto compito e convinto che l’uomo basti a se stesso e, per ciò stesso, non dipende. Non è figlio. A Salvuzzo nostro, e a tutti gli altri, la legge e la conseguente infallibile giustizia, direi degli uomini, basta e avanza. E convince. È quasi una ragione di vita. Non c’è nessuno al di sopra della legge, che se pure perfettibile, va rispettata e ad essa vanno affidate in toto le nostre vite. Senza se e senza ma. Lombino, invece, tiene sempre un sacco di dubbi (e anche qui, francamente, non se ne poteva più di tutti questi commissari e affini che sono più infallibili di Guglielmo Tell con una mela annurca, più decisi di Ulisse alle prese con i proci, più convinti del professore Odifreddi quando deve parlare male della chiesa, cioè sempre, più intelligenti di Einstein, più geniali di Leonardo, più super di Superman), e sente con convinzione che la giustizia è una cosa troppo seria per lasciarla in mano a dei tecnici del diritto. E si arrangia a modo suo.
E poi c’è il noir. Già ho detto ma conviene ripeterlo. C’è nel noir come un di più. Un di più di sofferenza, un di più di compassione, magari violenta (sic!), un di più di assunzione di responsabilità, un di più di carica morale. Proprio così: carica morale. Ci vuole uno spessore morale convincente per non arrestare chi bisogna arrestare. Secondo la legge e secondo il proprio dovere. Qua sta il punto. Ma ci vuole anche una conoscenza di chi ti sta di fronte, altrimenti non vai da nessuna parte. Lombino lo sa. Lombino conosce chi gli sta di fronte. Conta e rischia sul fattore umano. Sul suo e su quello dei colpevoli. Non c’è nessuna sociologia. Sto parlando di un’altra cosa. I colpevoli sono colpevoli. E in qualche modo pagheranno perché la loro umanità, il fattore umano, è tale che non riescono a farla franca. È in fondo su questo che Lombino conta, senza nulla a pretendere. Intanto lui è pronto a pagare. Tanto per dire, in Relatività paga, e duramente, le conseguenze di una sua scelta.
In ultimo. Ma insomma, Lombino si rende conto che non arrestare chi lui stesso individua come colpevole è comunque un vulnus per il mestiere che fa? Vanno bene tutte le motivazioni (forse), ma comunque sbirro è. Orgogliosamente sbirro, si ritiene. Lombino lo sa che il problema ci sta. Il vulnus c’è. E con serietà, in Assenza Centrale, pensa di lasciare. Confortato nella sua scelta da esempi molto più autorevoli. In altri campi. Nella sua amata fisica, e dintorni, tanto per non sbagliare. Vuole lasciare. E lo farebbe pure. Perché è uno serio. C’è stato solo un problema: i pochi e affezionatissimi lettori non sono tanto d’accordo. A loro sembra proprio che vada bene così.

Napoli, 5 maggio 2015
Vito R. Ferrone in Lombino

sabato 18 aprile 2015

Annotazioni in libertà dell’autore sul personaggio di Carmelina Volpe. Tata, o presunta tale, del vice questore Arcangelo Lombino.



Carmelina è una ragazza madre. Ha una figlia Francesca. Per questo “scuorno” è stata cacciata di casa. Neanche mammà è stata capace di tenersela, di accogliere la nuova vita che doveva arrivare. Solo una zia le è stata vicina finché ha potuto. La figlia di Carmelina porta il suo nome. Francesca appunto.
Francesca sta in quinta elementare o in prima media, non è stato mai chiarito. Ma non ha importanza. Ne consegue che Carmelina non è più tanto una ragazza. Diciamo che ha avuto Francesca a sedici anni. Quando ha preso servizio dal commissario Lombino ne avrà avuto venti o ventuno. Adesso venticinque, ventisei. Una donna.
Una donna che si sente di famiglia. Carmelina vuole un bene da pazzi al suo commissario. In fondo Lombino le ha dato la dignità di un lavoro e, prima ancora, l’ha trattata e la tratta meglio di quanto ha fatto la sua famiglia. Il suo stesso sangue. Carmelina con Lombino ha trovato una “casa”.
Carmelina ha la stessa sfrontatezza, lo stesso affetto, la stessa voglia di possesso di una sorella napoletana nei confronti del proprio unico fratello maschio. Io la vedo così. Si farebbe uccidere per Lombino. Quindi, come dire?, sta sempre in mezzo. Si mette di traverso. Risponde, e in alcune circostanze, risponde anche male. Ma non significa niente. Anche quando difende la “signora dottoressa” e “attacca” il commissario. Lombino lo sa.
Carmelina ha un profondo rispetto per la dottoressa Scarfoglio, e anche un certo timore reverenziale. Con il commissario è tutta un’altra storia. Ha confidenza. Un’intesa profonda. Quasi cromosomica mi viene da dire. Per il suo commissario si butterebbe nel fuoco, sentite a me. E giustamente in qualche occasione lo intossica. È tutto come deve essere. Almeno da queste parti.
Carmelina è suo malgrado e senza nessuna coscienza colei che dà a Lombino l’intuizione giusta, l’illuminazione decisiva. O quasi. Come mai? Gli è che Lombino tanto per cominciare è una sorta di genius loci. E poi, come si può dire?, non ascolta, “sente”; non indaga, “riflette”. Ancora. Non crede molto nell’analisi scientifica della scena del crimine, si tiene alla larga dalla prova del Dna, non aggancia celle e delle indagini patrimoniali non sa proprio che farsene. Anzi non le piglia proprio in considerazione. Dell’elettronica ignora l’esistenza. Grosso modo gli bastano le autopsie di una dottoressa capace, bella e intelligente e un po’ di balistica, se pure. Perché il vice questore, già commissario, Lombino “conosce” chi ha di fronte. Per istinto. Per esperienza. Per vicinanza. Per appartenenza. Della serie siamo del sud. (Allora l’obiezione: Lombino è commissario che al nord non può lavorare. Chi l’ha detto? Lombino è intelligente, e la finirei qui. Se no Carmelina si piglia collera, e sono cazzi. Amari.). Il suo problema, il problema “centrale” (nei titoli “centrale” c’è sempre  proprio perché fondamentale, “a fondamento” del personaggio. E poi anche perché poteva diventare un efficace “tormentone” – come succede nelle nostre estati per esempio – una sorta di passa parola semplice e, diciamo, fattivo. Spero solo che da tormentone non diventi o non sia diventato un tormento!) di Lombino è ciò che altri hanno definito il “fattore umano”. E Carmelina è decisiva. Perché è autentica figlia di questa città splendida e impossibile.
Ora non è che Carmelina rappresenta o può rappresentare tutte le sfaccettature psicologiche, caratteriali, ambientali, eccetera eccetera, della città delle sirene, cioè dei suoi abitanti. Non sarebbe proprio possibile perché Partenope è tutto un mondo, assai complicato e complesso. Un manicomio, direi. Qua ognuno fa quello che deve fare, pensa quello che vuole pensare, si comporta come vuole comportarsi……a prescindere. Qui a Napoli tutti ci abbiamo un quid. Anzi il quid. Che pensavate? Di trovare qualcuno senza quid all’ombra del Vesuvio? Non scherzate proprio. E se ne è uno solo di quid ancora ancora. Insomma ci vuole Carmelina. Così che al commissario, ad oggi vice questore, Lombino le cose diventano chiare, o più chiare. E capisce, o comincia a capire. E spiega. Fottendosene della pistola fumante. Della prova che inchioda il colpevole senza se e senza ma. Gli basta che sia credibile. La spiegazione. Che regga. All’esame dell’intelligenza dei suoi pochi e cazzutissimi lettori. I quali, è indubbio, vogliono bene senza alcun ritegno a Carmelina. Impareggiabile tata, o presunta tale.

Napoli, 18 aprile 2015
Vito R. Ferrone in Lombino

giovedì 16 aprile 2015

Appunti della presentazione di Alessandra Ottieri presso la Libreria Ubik di Napoli



Vito R. Ferrone, Assenza centrale, Youcanprint, 2014



“Lo scorso anno, dovendo presentare Immobilità centrale, il penultimo romanzo di Vito Ferrone, ho cominciato parlando dell’autore. E anche stavolta mi piace sottolineare che Vito non è uno scrittore esordiente e neppure occasionale: ha cominciato a pubblicare nel 2011 con cadenza quasi regolare e, ad oggi, è autore di ben 4 romanzi noir (Nucleo centrale, Relatività centrale, Immobilità centrale, Assenza centrale), un quinto è già in fase di bozze e un sesto in preparazione... Quindi possiamo dire che Vito non è una “promessa” della narrativa noir contemporanea, ma una “certezza” e speriamo che il numero dei lettori, nonostante le mille difficoltà a pubblicare, aumenti nel tempo e superi la cerchia degli amici e colleghi; insomma auguriamo a Ferrone una sempre maggiore visibilità, che merita senz’altro.”

“Nel definire il personaggio del commissario Lombino, protagonista di questa saga noir giunta al suo quarto episodio, ho tentato lo scorso anno di delinearne le caratteristiche umane e morali, di disegnarne la personalità, ribadendo la distanza tra questo commissario - che è un personaggio originalissimo, dinamico, in costante evoluzione, e che nel frattempo è divenuto vice-questore - e gli altri commissari e ispettori famosi della narrativa noir italiana, da Montalbano a Coliandro a Lojacono.”

“Qui mi limito a ribadire il dualismo di questo personaggio che ha una doppia anima, è un mix perfetto di concretezza e astrazione, ragione e intuizione: da un lato Lombino è saldamente ancorato a terra (per via delle solide origini contadine, lucane), è un epicureo doc, amante della buona tavola, delle belle donne e naturalmente del caffè, quello buono. E’ immerso nelle problematiche di tutti i giorni, alle prese con ogni forma di delinquenza, di degrado, di violenza in una città come Napoli, dove tutto è più complicato che altrove. Dall’altro lato, però, il commissario Lombino non può fare a meno di proiettarsi verso l’alto, verso i massimi sistemi, ama la fisica, ha bisogno della speculazione filosofico-scientifica come del pane (o del caffè).”

“La fisica ha, poi, nei romanzi di Vito una doppia funzione: serve a Lombino come via di fuga, valvola di sfogo (gli “ripulisce la mente dalle nefandezze di tutti i giorni”, p. 70) o gli viene in soccorso per sciogliere nodi intricati, per giungere alla soluzione di casi complicati e apparentemente senza via d’uscita (p. 162). Lombino, nel condurre le sue indagini disdegna l’uso della tecnologia (la prova del DNA, la scena del crimine, il luminol), la chimica non serve ad interpretare il “fattore umano”, invece la “fisica e dintorni” sì, perché “pretende intelligenza e acume” e “con umiltà, rigore, creatività, immaginazione” può venire in soccorso dell’investigatore (quello classico alla Marlowe o Maigret, non quelli alla CSI).”

“Solo con l’esercizio della ragione e una buona dose d’intuito - e non analizzando impronte, vetrini e provette - è possibile penetrare il fattore umano, un fattore ineludibile che agisce alla base di ogni azione delittuosa; “per investigare ci vogliono gli investigatori”, scrive Ferrone a p. 162, e in questa frase in apparenza banale è in realtà condensato il metodo investigativo di Lombino. Egli ironizza sulla figura classica del “bravo investigatore” “che tutto vede, che tutto sa, tutto capisce e tutto risolve” (p. 150): Lombino nasce sbirro e resta sbirro anche nel nuovo ruolo di vice-questore e poiché è un bravo sbirro, che cerca di capire le cose, è condannato a restare solo (come confessa con amarezza a p. 172).”

“Nei primi romanzi Lombino è un commissario attivo nel centro storico della città, che indaga su omicidi di camorra, traffici loschi e riciclaggio di denaro sporco; in questo romanzo è vice-questore e deve occuparsi di questione di ordine pubblico, ma Lombino resta sempre fedele a se stesso e al proprio metodo, resta sbirro e per questo non può non scontrarsi con il questore che lo considera forse troppo anarchico e sbrigativo nei modi per ricoprire questo ruolo e gli preferisce il più docile e diplomatico dott. Cimmino.”

“Lombino risolve le questioni di ordine pubblico a modo suo (sia quando si tratta di evitare scontri tra opposte tifoserie allo Stadio San Paolo, sia quando si tratta di bloccare un corteo non autorizzato organizzato dai ragazzi dei centri sociali). Lombino non applica strategie calate dall’alto, (che potrebbero portare a scontri violenti), ma si guarda attorno, cerca soluzioni di compromesso; dinanzi a orde di manifestanti esasperati (e a Napoli ce ne sono ogni giorno, per i più disparati motivi), agisce da stratega, sfrutta la sua capacità di penetrare il fattore umano, gioca d’astuzia e riesce sempre ad evitare il peggio.”

“Non ci sono più attorno a lui i personaggi che avevamo incontrato nei primi due romanzi, personaggi positivi e negativi, amici, agenti, informatori di polizia, camorristi, ai quali ci eravamo affezionati: il vice-commissario Maffettone fa solo una breve apparizione, sua sorella Rosaria (amica di Lombino, studentessa e pallanuotista) è assente, gli agenti del commissariato sono assenti, e tra tutti Lombino sente la mancanza di Giulio Giuliani che gli preparava sempre un ottimo caffè (ora deve ripiegare al bar o servirsi di un orrenda macchinetta piazzata nell’ufficio). Ma soprattutto è assente il Pubblico Ministero Margherita Scarfoglio (prima fidanzata e poi moglie di Lombino, impegnata in un’indagine in Spagna) e anche i figli di lei sono assenti (in Inghilterra dal padre). Lombino stavolta è solo: solo con se stesso, con la fisica. D’altro canto il titolo di questo romanzo allude proprio ad una serie di “assenze” e soprattutto ad una di queste assenze sulla quale si esercita la riflessione di Lombino: quella di Ettore Majorana, il genio della fisica, il più grande tra quelli del gruppo di via Panisperna che diedero inizio all’era atomica, sulla cui misteriosa sparizione gli studiosi ancora si interrogano.”

“A compensare le molte assenze, ci sono però nuove presenze in questo romanzo, soprattutto personaggi femminili dei quali Vito ci dà degli splendidi ritratti. Innanzitutto la Sig.ra Clotilde, non bella, attenta e silenziosa, un’assistente invisibile ed efficiente, bravissima nel districare le questioni burocratiche e nello scrivere verbali, ma con un handicap enorme: non sa fare il caffè (p. 96): con lei i rapporti sono inizialmente difficili, ma poi scatterà una forma di rispetto reciproco e anche una punta di affetto; c’è poi la Dott.ssa Errico, medico legale, bella e intelligente, che darà il suo contributo alla risoluzione del caso. Una vecchia conoscenza è Carmelina, la fidatissima e invadente cameriera tuttofare, personaggio umanissimo e divertente che ricompare anche in questo romanzo in una veste inedita: ha un corteggiatore e il povero Lombino sarà costretto a gestire la cosa e ad aiutare la donna anche nella scelta della biancheria intima da acquistare per il fatidico primo incontro. E anche questa circostanza in apparenza divertente quanto innocua sarà invece utilissima per la risoluzione del caso…”

“Ma qual è il nuovo intricatissimo caso che l’ex commissario, attuale vice-questore, deve affrontare in questo romanzo? C’è di mezzo una donna: Rebecca Modigliani, altra straordinaria presenza/assenza femminile: è lei la vittima del un brutale assassinio sul quale Lombino si troverà ad indagare. Rebecca è assente perché è morta, ma la sua presenza è forte nel romanzo, una presenza ricostruita a posteriori; la sua amicizia amorosa con Lombino emerge lentamente, pagina dopo pagina, attraverso una serie di tasselli della memoria che si incastrano come in un mosaico. Il corpo di Rebecca viene ritrovato in un appartamento del Vomero, nudo e oltraggiato con un misterioso oggetto tribale. Rebecca è stata uccisa forse per vendetta, forse per gelosia o per disprezzo; fino alle ultime pagine il lettore è spiazzato, non riesce a venirne a capo, la vicenda è molto intricata: si intrecciano vari elementi e vari moventi: sarà stato un amante (in seguito ad un gioco erotico finito male); sarà stato il marito? Tradito da Rebecca, ma che a sua volta la tradiva? Gli altri sono portati subito a questa deduzione, la più semplice e banale...Lombino ovviamente no, vuole andare a fondo nella vicenda e sbrogliare la matassa.

“Ma perché Lombino torna a fare lo sbirro e a indagare su un delitto? Non doveva occuparsi di ordine pubblico? Lombino è dentro fino al collo in questa brutta storia perché Rebecca è stato il suo grande amore, un amore solo in parte corrisposto, che ha agito come un veleno potente nel suo animo, lasciando diverse cicatrici: “Rebecca imperversava. Con perversione leggiadra”, scrive Ferrone ad un certo punto con un’espressione bellissima allitterante che sembra quasi un verso barbaro (settenario+ottonario): un verso che racchiude tutto il senso di questa storia d’amore, mai dimenticata, solo lasciata ­– scrive ancora Vito ­­– ‘in un posto lontano, molto lontano dal cuore’.”

“Lì sarebbe dovuta rimanere questa storia, se non fosse che un vecchio amico, il commissario Peppe Di Lorenzo, responsabile delle indagini, a conoscenza di questa vicenda amorosa, non può fare a meno di contattare Lombino e chiedergli di collaborare alle indagini: la sua conoscenza della psicologia della donna potrà aiutare a chiarire i molti lati oscuri di questo efferato omicidio. Eros, omosessualità, psicologia femminile, sono i nuovi ingredienti di questo romanzo e Lombino darà prova di sapersi muovere anche in questo strano labirinto fatto di passioni e istinti con la stessa disinvoltura con la quale si era mosso nell’ambiente della malavita organizzata. Anche stavolta non si fermerà alla superficie delle cose, ma scaverà in tutte le direzioni, riaprirà la propria ferita d’amore, farà affiorare i ricordi, ascolterà parenti e amici della donna sempre alla ricerca di quel fattore umano, che solo può spiegare il movente e la dinamica dell’assassinio.”

“E poi c’è la fisica. C’è Majorana con le sue geniali intuizioni, con le sue stravaganze, e con il mistero della sua scomparsa, sulla quale nel 1975 si era interrogato Leonardo Sciascia in un memorabile romanzo. Vito abbraccia la tesi di Sciascia e, come lo scrittore siciliano, ritiene che Majorana abbia progettato la propria scomparsa, l’abbia programmata ad arte per non essere corresponsabile del disastro che sarebbe scaturito dagli sviluppi delle proprie ricerche sull’atomica: non un suicidio o una banale fuga, dunque, quella di Majorana (che nel 1938 si imbarcò su un traghetto diretto a Palermo, ma poi non diede più notizie di sé), ma una sparizione programmata, che per Vito equivale ad una “piena assunzione di responsabilità”: Majorana sapeva cos’era stato scoperto a Via Panisperna, sapeva quali sarebbero state le conseguenze e non voleva esserci: sapeva di non poter fermare la ricerca sull’energia nucleare, ma non voleva essere lui a mettere la firma sotto l’olocausto atomico. Meglio morire o sparire, piuttosto.”

“Nel finale del romanzo, nel momento clou del disvelamento del colpevole anche Lombino in qualche modo fugge, si sottrae al proprio dovere, anzi vorrebbe una sparizione alla Majorana, cioè intesa come assunzione di responsabilità e non fuga dalle proprie responsabilità (ma non posso dire di più, perché dovrei svelare il finale del romanzo e non è possibile).”

“Concludo dicendo che, come al solito, Vito ha indovinato il titolo  (un romanzo costruito su assenze, reticenze e sparizioni non poteva avere altro titolo) e ha indovinato la copertina, ancora una volta in un elegantissimo bianco e nero, una spiaggia di sassi e un pontile che si proietta nel mare: assenza di figure, assenza di oggetti, assenza di coordinate spazio-temporali…”

Immagini dalla presentazione di "Assenza centrale"

La presentatrice Alessandra Ottieri
L'autore con la professoressa Alessandra Ottieri (università l'Orientale) e la professoressa Olimpia Romagnuolo (docente di matematica)