martedì 19 luglio 2016
mercoledì 1 giugno 2016
Un lettore commenta "Assenza centrale"
Quando inizio a leggere un poliziesco dove il protagonista, inevitabilmente
è un poliziotto che, nel caso di Lombino Arcangelo è anche commissario,
promosso a vicequestore per capacità investigative, indubbie, a detta dei
superiori, allora mi viene subito da associare a questo personaggio una delle
scritte che di frequente si trovano sui muri lungo i percorsi delle
manifestazioni e dei cortei di protesta, nelle grandi città, italiane e non
solo: ACAB, è uno slogan di origine anglosassone, che tradotto vorrebbe dire,
tutti i poliziotti sono bastardi. Una scritta da protesta e ribellione estrema,
che individua e colpisce la polizia in quanto forza preposta all'ordine
pubblico e quindi spesso utilizzata per reprimere le proteste e disperdere i
manifestanti, anche con violenza. Ma subito proseguendo nella lettura di
Assenza Centrale, romanzo del prof. Vito Ferrone scrittore, nonché come il suo
alter ego Lombino, appassionato di fisica e seguace del noto Ettore Majorana,
scomparso misteriosamente, mi accorgo che di bastardo nel personaggio Lombino,
poliziotto, c'è poco. Anzi è probabile che non abbia nulla di cui rimproverarsi
nell'eseguire il compito di controllo dell'ordine pubblico, in occasione di
manifestazioni di protesta a Napoli, sua città di adozione e di servizio. Ma un
commissario di polizia che opera a Napoli, città tra le più difficili da
governare nel ”bel paese”, deve avere a che fare con tanti fatti e avvenimenti
propri di una grande città, furti, delinquenza singola e organizzata,
malaffare, varie inciviltà quotidiane. Senza dubbio però i più affascinanti, e
per certi aspetti godibili letterariamente, sono i delitti. L'omicidio è il
fatto che più coinvolge e appassiona lo scrittore e di conseguenza i suoi
lettori. Talvolta gli omicidi sono banali, tristemente ordinari, per cui
l'investigatore non ci mette granché di suo per giungere all'arresto del
colpevole, quindi se non è il maggiordomo che uccide la marchesa, di solito
l'omicidio, specialmente a Napoli, è uno sgarro di pregiudicati, è una vendetta
di camorra, per cui un poliziotto di esperienza criminale riesce prima o poi a
risolvere il caso. Ma lo scrittore non può limitarsi all'ordinario. E nel caso
di Ferrone e del suo Assenza Centrale, direi che siamo in presenza di un caso
straordinariamente fuori da ogni specie di omicidio, che un lettore possa
immaginare. Potrebbe sembrare una esagerazione dire che per questo omicidio
raccontato nel romanzo, ci voleva un' investigatore altrettanto straordinario
da impiegare per poterlo affrontare e giungere alla soluzione. E il commissario
Lombino sembra perfettamente riuscito in questo ruolo. Un personaggio che si
distingue per la sua semplice umanità , ma anche per la concretezza dei
pensieri, o meglio dei retropensieri, dei quali la scrittura del romanzo, con
grande raffinatezza, evidenzia in corsivo lo svolgersi, durante il corso dei
normali dialoghi tra personaggi. Dunque il commissario Lombino scopriamo essere
uno straordinario personaggio, fisico teorico, celato dalla vita ordinaria ma
al contempo con grandi e malcelate inquietudini e fantasiose nefandezze, che
alla luce dell'efferatezza dell'omicidio a sfondo sessuale con una decisiva
perversione, forse si risvegliano, tanto da fargli poi rimpiangere la propria
moglie, la cuoca domestica, e quant'altro possa riportarlo alla sua vita
ordinaria di poliziotto, pur se novello vicequestore. Allorché finisco di
leggere questo intrigante romanzo, decisamente respingo un affiorante dubbio,
ma vuoi vedere che il commissario Lombrino è pure lui un bastardo? (mauridal)
Napoli, 11/05/2016
sabato 16 aprile 2016
Alessandra Ottieri, Appunti della presentazione del volume di Vito Ferrone, Napoli è Centrale, per il commissario Lombino, Youcanprint, 2015
“Napoli è Centrale” è il quinto romanzo della serie del commissario
Lombino e, nelle intenzioni dell’autore, sarebbe dovuto essere anche l’ultimo.
Quando lo scorso anno Vito ha dato il triste annuncio e ci ha detto che avrebbe
chiuso la serie noir di Lombino per
dar vita ad un nuova saga incentrata su un personaggio femminile, un po’ ci è
dispiaciuto.”
“Lombino è un personaggio
al quale ci si affeziona facilmente, forse perché riproduce molti tratti della
personalità e del carattere del suo autore, del quale è naturalmente un alter
ego; è uno sbirro dal cuore puro, un po’ burbero, ma anche sornione e molto
umano, addirittura tenero in certe circostanze; è ancora giovane
anagraficamente, ma legato ad un modo un po’ antico di fare il poliziotto; è
uno sbirro vecchio stile, che risolve casi complicatissimi, senza l’aiuto di
tecnologie sofisticate, ma solo con un fiuto infallibile e una grande capacità
di penetrare il ‘fattore umano’, di individuare i moventi profondi che spingono
gli individui ad agire (Marlowe e Maigret, sono i puntidi riferimento di Vito,
non di certo gli investigatori muscolosi e/o super-tecnologici delle serie TV
americane). Lombino è semplicemente un osservatore, un poliziotto che vuol
capire e soprattutto “sentire”, ovvero percepire la realtà con tutti i sensi,
ma anche con il cuore, con il cervello, con l’anima; vuole caparbiamente
entrare dentro la testa e dentro la coscienza di chi ha di fronte, penetrare
nel suo mondo, nella sua vita, nella sua mentalità (p. 154). E’ così, che il
nostro commissario può riuscire a decifrare gli indizi, i segnali che gli
occorrono per la risoluzione di un caso, anche del più intricato.”
“Comunque niente
paura. Vito non ha ancora ucciso (metaforicamente) la propria creatura, Lombino
è “vivo e vegeto” ed anzi lo ritroveremo anche nel prossimo romanzo che è in
preparazione: e non potrebbe essere altrimenti, considerato il finale di questo
romanzo, che naturalmente non vi racconto, ma che lascia l’amaro in bocca. Come
è scritto nella quarta di copertina “questa volta niente sarà come prima”,
qualcosa di sconvolgente accade nelle pagine finali, che sorprendono e commuovono,
e il lettore capisce che la storia di Lombino non può finire così,
qualcos’altro dovrà accadere, probabilmente di drammatico. Insomma, dobbiamo
prepararci ad un’altra storia e ad un’altra conclusione, quella che metterà
davvero la parola “fine” alla vicenda umana e professionale del nostro
commissario.”
“Ma partiamo dal
titolo. “Napoli è Centrale” per il commissario Lombino (in questo, come nei
precedenti romanzi della saga); essa costituisce lo sfondo imprescindibile di
tutti gli intrecci e di tutti i fatti di sangue sui quali il commissario è
chiamato a investigare, e la “napoletanità” (nella sua accezione migliore,
positiva) è una componente essenziale del suo carattere. Lombino non è
napoletano di nascita, ma ha scelto Napoli come sua città ed è diventato parte di essa, Napoli gli è entrata nel
cervello e nel cuore.”
“Ma quale Napoli? Le
strade, i quartieri, i monumenti e le chiese della nostra città suggeriscono la
presenza di almeno due volti: uno più potente, superbo, quasi arrogante,
l’altro più umile, semplice, rassegnato: sono queste, in fondo, le due anime
del popolo partenopeo e le due chiese del centro storico, il Gesù Nuovo e Santa
Chiara, poste quasi una di fronte all’altra, testimoniano appunto questo affascinante
dualismo (p. 122).”
“Napoli è innanzitutto
la città del cuore: quella della formazione professionale e della crescita
personale di Lombino, quella dei suoi affetti più cari, della sua donna MargheritaScarfoglio,
(prima fidanzata, poi moglie e ora in attesa di un figlio), pubblico ministero
in gamba, impegnata, in questo romanzo in un’indagine delicatissima e anche
piuttosto rischiosa. Napoli è la città degli amici veri, del vice-commissario Pasquale
Maffettone e della sua splendida sorella Rosaria, che ritorna a Napoli e nella
vita del commissario dopo un lungo periodo di assenza; è la città della tata Carmelina,
dell’agente Giuliani, della Dott.ssa Errico, della sig.ra Clotilde, di Ciro e Sasà,
titolari del bar ai Decumani dove Lombino è di casa: tutti personaggi positivi
che abbiamo conosciuto nei precedenti romanzi e che fanno parte del variopinto
mondo affettivo del commissario; nel loro insieme rappresentano la Napoli
“buona e simpatica”, popolare e borghese, la faccia pulita della nostra città,
fatta di persone che lavorano con serietà e dedizione, che ancora credono nei
valori familiari e che sono capaci di grandi slanci affettivi.”
“Ma c’è anche
un’altra Napoli, in questo romanzo, quella della disoccupazione feroce, delle
scuole che non funzionano, dei cittadini che protestano perché non vedono
riconosciuti neppure i più elementari diritti (salute, casa, istruzione, lavoro):
si sa che a Napoli non funziona niente, cortei e manifestazioni di piazza sono
all’ordine del giorno ed è con questa realtà che il vice-questore Lombino (ex
commissario) è costretto a misurarsi. Deve occuparsi di ordine pubblico, deve
fare i conti con una città in cui nulla funziona, e nulla è come dovrebbe
essere: operai licenziati che minacciano di buttarsi giù dai cornicioni dei
palazzi, studenti che occupano scuole che cadono a pezzi e dirigenti che non
sanno che pesci prendere. Ma il commissario non ne può più di tutto questo, (p.
94). E’ frustrante non poter risolvere queste problematiche: Lombino non ha
risposte da dare agli operai, agli studenti, ai presidi, ai disoccupati, meglio
stare “in prima linea” e affrontare omicidi e guerre tra clan… almeno in quei
casi un colpevole lo si può trovare, qualcuno da sbattere in galera.”
“Lombino vuole dunque
tornare ad affrontare la terza Napoli raccontata nel romanzo, quella più oscura
e malata, quella irredimibile: la città della malavita organizzata, delle
piazze di spaccio, della guerra tra clan camorristici, e in particolare tra i
Moffa e gli Imperio: vicende che abbiamo conosciuto nei romanzi precedenti e
che ora ritornano in questa storia perché, ahimè, il “passato ritorna”
attraverso due suicidi: quelli di Assunta Imperio e di Maddalena Ferrara -
rispettivamente madre e moglie del defunto boss Salvatore Imperio - entrambe
morte suicide, la prima in carcere, la seconda a casa sua, ed entrambe con
accanto un biglietto inquietante chiaramente indirizzato al nostro commissario
(p. 5).”
“Ecco i due casi,
chiaramente collegati tra di loro, sui quali Lombino dovrà stavolta
investigare: non di morti ammazzati, si tratta, ma di due suicidi: eppure il
dubbio è forte… le due donne si sono davvero suicidate, o c’è dell’altro? Cosa
significail biglietto che entrambe hanno lasciato? Perché è indirizzato al
commissario e cosa significa che “non si può sfuggire alla maledizione del
sangue”? Innanzitutto c’è un passato che ritorna. Bisogna tornare indietro nel
tempo per dipanare la matassa, ai rapporti tra Lombino e Assunta Imperio, alla
storia raccontata in Nucleo centrale,
il primo romanzo della saga (ed Assunta quando è morta stava leggendo proprio
questo libro…).”
“Assunta era una
donna d’acciaio, bella e spietata, indurita dal suo vissuto e dal suo essere
donna a capo di un clan di camorra. Lombino sa che non esiste una camorra
ideale, perché la camorra “è sempre stata violenza e sopraffazione”, ma sa pure
che Assunta era legata ad una sorta di codice d’onore, era una donna “ di
rispetto”, ed è per questo che con lei Lombino in passato è sceso a patti. (p.
37). Ecco il passato che ritorna.”
“Diverso è il caso di
Maddalena Ferrara, moglie innamorata, ma non ricambiata, del boss Salvatore
Imperio, estranea all’attività del clan, non implicata in nessuna azione
malavitosa. Quindi se appare in qualche modo spiegabile, comprensibile la morte
di Assunta, forse voluta dai capi di un clan rivale, meno comprensibile è
quella di Maddalena che possiamo definire
“fuori dal giro”…ovviamente non posso dire di più, posso solo aggiungere
che c’entra il sangue, “il sangue versato”. Chi è napoletano, dice Lombino
parlando con la dott.ssa Errico, sa quanto sia importante per tutti i
napoletani “il sangue versato”, più del denaro, più di ogni altra cosa (p.
154).”
“E poi c’è la
fisica…poteva mai mancare in questo quinto romanzo, penultimo della saga, la
fisica? Ovviamente no. Lombino, come ho già avuto modo di dire in altre
occasioni, ha bisogno della fisica come dell’ossigeno per respirare. Stavolta
le riflessioni disseminate nelle pieghe del romanzo riguardano l’“infinita
controversia tra Bohr e Einstein” sulla realtà (se esista o meno a prescindere
dall’osservazione) e riguardano il principio di causalità, messo in crisi dalla
fisica quantistica, ma rivendicato con assoluta convinzione dal povero commissario
(p. 190). Dunque, per Lombino, “se c’è fumo vuol dire che c’è fuoco” ed è un
preciso dovere di uno sbirro essere realisti e cercare di capire, di “capire
bene”, di trovare sempre una spiegazione, anche se questa non ci piace e non ci
tiene lontano dai guai.”
“Infine la copertina:
come al solito è indovinata ed assai eloquente. Abbiamo l’angolo di una
facciata di un palazzo di Santa Lucia: la prospettiva è dal basso verso l’alto:
cosa notiamo? A prima vista è un bel palazzo signorile, la facciata è “densa”,
piena di balconi e finestre, ma non c’è regolarità, non c’è ordine, non c’è simmetria…Vito
mi ha spiegato che per lui Napoli è proprio questa: una signora bella, ma di
una bellezza irregolare, non convenzionale e, a volte, un po’ malmessa… come dargli
torto?”
giovedì 17 marzo 2016
mercoledì 24 febbraio 2016
martedì 15 dicembre 2015
La recensione di Ros
“Napoli è Centrale” di Vito R.
Ferrone - Youcanprint selfpublishing
Tutto ha inizio
con una sorta di curioso rompicapo: due donne suicide lasciano lo stesso
identico biglietto, e l’enigmatico messaggio in esso contenuto ha tutta l’aria
di essere indirizzato al commissario Lombino. Potrebbe sembrare solo un
misterioso rovello se non fosse che le due donne vengono dal passato di Lombino
e “il passato che ritorna”, carico di angosciosi interrogativi, è foriero di
vicende assai drammatiche, tanto che
alla fine, come lo stesso autore ci informa nella quarta di copertina, “niente
sarà come prima”.
Questo romanzo
di Ferrone (l’ultimo della saga del commissario?) si riallaccia palesemente al
primo episodio, a quel “Nucleo centrale” che aprì la serie e che i lettori
affezionati ben ricordano.
Tempo è passato:
Lombino, divenuto vicequestore, è felicemente sposato con lo splendido PM
Margherita Scarfoglio da cui attende un figlio, abita a Posillipo, e continua
ad avvalersi della preziosa collaborazione della simpatica e invadente
domestica Carmelina. Ma nessuno sfugge per sempre al proprio passato, sembra
dirci l’autore: ciò che è stato, nel
bene e nel male, ritorna prima o poi a ricordarci chi siamo.
E se in “Nucleo
centrale” Napoli e la “napoletanità” più che uno sfondo della vicenda,
diventavano spesso i protagonisti della storia, qui è il titolo stesso a
suggerirci che Lombino e la sua città d’adozione sono un tutt’uno nella vita
come nel lavoro: capire i luoghi per comprendere i fatti e le persone è la
strategia vincente del commissario. Lombino “legge” i luoghi così come legge
nell’animo umano facendo leva su un’ osservazione attenta, sul buon senso, su un’innata
empatia. E la città, con la sua complessità e il suo fascino, vengono raccontati
attraverso un’ umanità varia: oltre ai collaboratori del commissario, e agli
amici di sempre, troviamo le storie di operai licenziati che minacciano di
buttarsi dal tetto, dirigenti scolastici alle prese con le occupazioni
studentesche, il barista di fiducia e i suoi problemi di famiglia, la vita nei
bassi della città, le vicende del nuovo fidanzato della tata Carmelina. Attraverso
le parole del commissario si intuisce chiaramente il legame viscerale che lega
l’autore alla sua città: un rapporto di amore-odio, una sorta di dipendenza
profonda e indissolubile.
Non può sfuggire
poi che questo libro, più degli altri, è un omaggio alle donne. Giustamente
citate nella dedica come splendide figlie della città di Partenope. Pur nella
loro diversità si tratta sempre di figure positive: troviamo lavoratrici di
indiscussa professionalità, mogli e madri che il destino ha sottoposto a dure
prove e che hanno fatto della dignità la loro ragione di vita, giovani donne
sportive e in carriera, popolane modeste ma ricche di sagacia, e un’emblematica donna di camorra intelligente
e degna di rispetto che, nonostante il
discutibile ruolo, finisce per suscitare simpatia. Eroine quasi, descritte con
cura puntigliosa e grande sensibilità, e quasi sempre belle, ma soprattutto
donne forti popolano l’universo del commissario Lombino. Si direbbe che
l’autore voglia esaltare la femminilità in tutte le sue sfaccettature più
luminose così che i personaggi maschili, pur non banali, risultino in penombra.
Con il passato
tornano dunque tutti i temi cari all’autore, anche la fisica che da sempre appassiona il commissario.
Partendo dalla disputa tra Bohr ed Einstein riguardo alla realtà e alla sua
osservazione, Lombino si pone domande fondamentali: si può eludere il principio
di causa ed effetto? Quello stesso principio su cui si fonda il lavoro di uno
sbirro? E si può dire che la realtà dipenda dall’osservatore? Domande cruciali
perché il vicequestore Lombino non accetta risposte preconfezionate, non si
fida delle apparenze, prende le distanze dai pregiudizi. Si mette in
discussione, dolorosamente si interroga sul suo lavoro di sbirro (è proprio
così che ama definirsi) e sulle sue scelte. Questo tipo di problematicità ha da
sempre caratterizzato il personaggio: nel romanzo precedente, “Assenza
centrale”, Lombino addirittura accarezzava l’idea di lasciare il suo lavoro, di
scegliere l’assenza, come probabilmente accadde a Majorana, e non per fuggire
dalle proprie responsabilità, ma per assumersele in pieno.
Nonostante i
temi forti affrontati nel romanzo, nonostante il sangue che ricorre come
maledizione, come destino, o più crudamente come sangue versato, nonostante le
tragedie private e l’indicibile dolore che le accompagna, la lettura risulta sempre
scorrevole e appassionante. La scrittura di Ferrone ha infatti il pregio di passare disinvoltamente da toni leggeri a toni
decisamente drammatici in pagine di forte impatto emotivo. Sembra proprio che
l’autore si diverta a trascinare il lettore nei meandri dei suoi pensieri,
nelle sue arguzie, nell’ ironia e nell’autoironia (come quando scopriamo che
una delle donne suicide, prima del gesto estremo, stava leggendo un romanzo dal
titolo “Nucleo centrale”).
Ci si diverte dunque,
e ci si commuove immergendosi in questo libro coraggioso che sancisce
definitivamente la supremazia del fattore
umano come motore primo di tutte le azioni e di tutti i comportamenti. E proprio
per questo, e perché “niente sarà come prima”, stavolta Lombino smette i panni
dello sbirro e “si consegna” ai suoi lettori. In attesa di giudizio.
Ros
Pubblicato il quinto episodio della saga del commissario Lombino
"Napoli è Centrale" di Vito R. Ferrone - Youcanprint selfpublishing
Dalla quarta di copertina:
Due
suicidi preoccupano il vice questore Arcangelo Lombino. Per le modalità con le
quali sono stati posti in essere. Per una tempistica che lascerebbe intravedere
una pericolosa regia. E per i due biglietti che li motivano e che, con pochi
dubbi, sembrano proprio scritti per lui. Più preoccupato di Lombino è, come
spesso accade, il commissario Maffettone suo amico e fratello di quella Rosaria
Maffettone che torna a Napoli dopo un lungo periodo di assenza per motivi di
studio. Più bella che prima. L’affascinante pubblico ministero Margherita
Scarfoglio, moglie innamorata e sinceramente ricambiata del vice questore, ha
ben altre preoccupazioni che la gelosia. Una rogatoria internazione ha aperto
nuovi e inquietanti scenari sul Sistema. Lei stessa è in pericolo. Di vita.
Sarà Carmelina, impareggiabile tata, a ricordare, se mai ce ne fosse bisogno,
al suo commissario, ad oggi vicequestore, che non si deve permettere sgarri
alla fedeltà. Sarà sempre lei ad
accompagnare con la sua intelligenza, la sua vivacità, la sua conoscenza di un
popolo al quale appartiene, di diritto e pienamente, a guidare, seppure
inconsapevolmente, Lombino verso la soluzione finale. Che come al solito sarà
legata a quello che altri hanno definito il “fattore umano”. Solo che questa
volta niente sarà come prima.
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