mercoledì 1 giugno 2016

Un lettore commenta "Assenza centrale"

Quando inizio a leggere un poliziesco dove il protagonista, inevitabilmente è un poliziotto che, nel caso di Lombino Arcangelo è anche commissario, promosso a vicequestore per capacità investigative, indubbie, a detta dei superiori, allora mi viene subito da associare a questo personaggio una delle scritte che di frequente si trovano sui muri lungo i percorsi delle manifestazioni e dei cortei di protesta, nelle grandi città, italiane e non solo: ACAB, è uno slogan di origine anglosassone, che tradotto vorrebbe dire, tutti i poliziotti sono bastardi. Una scritta da protesta e ribellione estrema, che individua e colpisce la polizia in quanto forza preposta all'ordine pubblico e quindi spesso utilizzata per reprimere le proteste e disperdere i manifestanti, anche con violenza. Ma subito proseguendo nella lettura di Assenza Centrale, romanzo del prof. Vito Ferrone scrittore, nonché come il suo alter ego Lombino, appassionato di fisica e seguace del noto Ettore Majorana, scomparso misteriosamente, mi accorgo che di bastardo nel personaggio Lombino, poliziotto, c'è poco. Anzi è probabile che non abbia nulla di cui rimproverarsi nell'eseguire il compito di controllo dell'ordine pubblico, in occasione di manifestazioni di protesta a Napoli, sua città di adozione e di servizio. Ma un commissario di polizia che opera a Napoli, città tra le più difficili da governare nel ”bel paese”, deve avere a che fare con tanti fatti e avvenimenti propri di una grande città, furti, delinquenza singola e organizzata, malaffare, varie inciviltà quotidiane. Senza dubbio però i più affascinanti, e per certi aspetti godibili letterariamente, sono i delitti. L'omicidio è il fatto che più coinvolge e appassiona lo scrittore e di conseguenza i suoi lettori. Talvolta gli omicidi sono banali, tristemente ordinari, per cui l'investigatore non ci mette granché di suo per giungere all'arresto del colpevole, quindi se non è il maggiordomo che uccide la marchesa, di solito l'omicidio, specialmente a Napoli, è uno sgarro di pregiudicati, è una vendetta di camorra, per cui un poliziotto di esperienza criminale riesce prima o poi a risolvere il caso. Ma lo scrittore non può limitarsi all'ordinario. E nel caso di Ferrone e del suo Assenza Centrale, direi che siamo in presenza di un caso straordinariamente fuori da ogni specie di omicidio, che un lettore possa immaginare. Potrebbe sembrare una esagerazione dire che per questo omicidio raccontato nel romanzo, ci voleva un' investigatore altrettanto straordinario da impiegare per poterlo affrontare e giungere alla soluzione. E il commissario Lombino sembra perfettamente riuscito in questo ruolo. Un personaggio che si distingue per la sua semplice umanità , ma anche per la concretezza dei pensieri, o meglio dei retropensieri, dei quali la scrittura del romanzo, con grande raffinatezza, evidenzia in corsivo lo svolgersi, durante il corso dei normali dialoghi tra personaggi. Dunque il commissario Lombino scopriamo essere uno straordinario personaggio, fisico teorico, celato dalla vita ordinaria ma al contempo con grandi e malcelate inquietudini e fantasiose nefandezze, che alla luce dell'efferatezza dell'omicidio a sfondo sessuale con una decisiva perversione, forse si risvegliano, tanto da fargli poi rimpiangere la propria moglie, la cuoca domestica, e quant'altro possa riportarlo alla sua vita ordinaria di poliziotto, pur se novello vicequestore. Allorché finisco di leggere questo intrigante romanzo, decisamente respingo un affiorante dubbio, ma vuoi vedere che il commissario Lombrino è pure lui un bastardo? (mauridal) Napoli, 11/05/2016  

sabato 16 aprile 2016

Alessandra Ottieri, Appunti della presentazione del volume di Vito Ferrone, Napoli è Centrale, per il commissario Lombino, Youcanprint, 2015


Napoli è Centrale” è il quinto romanzo della serie del commissario Lombino e, nelle intenzioni dell’autore, sarebbe dovuto essere anche l’ultimo. Quando lo scorso anno Vito ha dato il triste annuncio e ci ha detto che avrebbe chiuso la serie noir di Lombino per dar vita ad un nuova saga incentrata su un personaggio femminile, un po’ ci è dispiaciuto.”

“Lombino è un personaggio al quale ci si affeziona facilmente, forse perché riproduce molti tratti della personalità e del carattere del suo autore, del quale è naturalmente un alter ego; è uno sbirro dal cuore puro, un po’ burbero, ma anche sornione e molto umano, addirittura tenero in certe circostanze; è ancora giovane anagraficamente, ma legato ad un modo un po’ antico di fare il poliziotto; è uno sbirro vecchio stile, che risolve casi complicatissimi, senza l’aiuto di tecnologie sofisticate, ma solo con un fiuto infallibile e una grande capacità di penetrare il ‘fattore umano’, di individuare i moventi profondi che spingono gli individui ad agire (Marlowe e Maigret, sono i puntidi riferimento di Vito, non di certo gli investigatori muscolosi e/o super-tecnologici delle serie TV americane). Lombino è semplicemente un osservatore, un poliziotto che vuol capire e soprattutto “sentire”, ovvero percepire la realtà con tutti i sensi, ma anche con il cuore, con il cervello, con l’anima; vuole caparbiamente entrare dentro la testa e dentro la coscienza di chi ha di fronte, penetrare nel suo mondo, nella sua vita, nella sua mentalità (p. 154). E’ così, che il nostro commissario può riuscire a decifrare gli indizi, i segnali che gli occorrono per la risoluzione di un caso, anche del più intricato.”

“Comunque niente paura. Vito non ha ancora ucciso (metaforicamente) la propria creatura, Lombino è “vivo e vegeto” ed anzi lo ritroveremo anche nel prossimo romanzo che è in preparazione: e non potrebbe essere altrimenti, considerato il finale di questo romanzo, che naturalmente non vi racconto, ma che lascia l’amaro in bocca. Come è scritto nella quarta di copertina “questa volta niente sarà come prima”, qualcosa di sconvolgente accade nelle pagine finali, che sorprendono e commuovono, e il lettore capisce che la storia di Lombino non può finire così, qualcos’altro dovrà accadere, probabilmente di drammatico. Insomma, dobbiamo prepararci ad un’altra storia e ad un’altra conclusione, quella che metterà davvero la parola “fine” alla vicenda umana e professionale del nostro commissario.”

“Ma partiamo dal titolo. “Napoli è Centrale” per il commissario Lombino (in questo, come nei precedenti romanzi della saga); essa costituisce lo sfondo imprescindibile di tutti gli intrecci e di tutti i fatti di sangue sui quali il commissario è chiamato a investigare, e la “napoletanità” (nella sua accezione migliore, positiva) è una componente essenziale del suo carattere. Lombino non è napoletano di nascita, ma ha scelto Napoli come sua città ed è diventato parte di essa, Napoli gli è entrata nel cervello e nel cuore.”

“Ma quale Napoli? Le strade, i quartieri, i monumenti e le chiese della nostra città suggeriscono la presenza di almeno due volti: uno più potente, superbo, quasi arrogante, l’altro più umile, semplice, rassegnato: sono queste, in fondo, le due anime del popolo partenopeo e le due chiese del centro storico, il Gesù Nuovo e Santa Chiara, poste quasi una di fronte all’altra, testimoniano appunto questo affascinante dualismo (p. 122).”

“Napoli è innanzitutto la città del cuore: quella della formazione professionale e della crescita personale di Lombino, quella dei suoi affetti più cari, della sua donna MargheritaScarfoglio, (prima fidanzata, poi moglie e ora in attesa di un figlio), pubblico ministero in gamba, impegnata, in questo romanzo in un’indagine delicatissima e anche piuttosto rischiosa. Napoli è la città degli amici veri, del vice-commissario Pasquale Maffettone e della sua splendida sorella Rosaria, che ritorna a Napoli e nella vita del commissario dopo un lungo periodo di assenza; è la città della tata Carmelina, dell’agente Giuliani, della Dott.ssa Errico, della sig.ra Clotilde, di Ciro e Sasà, titolari del bar ai Decumani dove Lombino è di casa: tutti personaggi positivi che abbiamo conosciuto nei precedenti romanzi e che fanno parte del variopinto mondo affettivo del commissario; nel loro insieme rappresentano la Napoli “buona e simpatica”, popolare e borghese, la faccia pulita della nostra città, fatta di persone che lavorano con serietà e dedizione, che ancora credono nei valori familiari e che sono capaci di grandi slanci affettivi.”

“Ma c’è anche un’altra Napoli, in questo romanzo, quella della disoccupazione feroce, delle scuole che non funzionano, dei cittadini che protestano perché non vedono riconosciuti neppure i più elementari diritti (salute, casa, istruzione, lavoro): si sa che a Napoli non funziona niente, cortei e manifestazioni di piazza sono all’ordine del giorno ed è con questa realtà che il vice-questore Lombino (ex commissario) è costretto a misurarsi. Deve occuparsi di ordine pubblico, deve fare i conti con una città in cui nulla funziona, e nulla è come dovrebbe essere: operai licenziati che minacciano di buttarsi giù dai cornicioni dei palazzi, studenti che occupano scuole che cadono a pezzi e dirigenti che non sanno che pesci prendere. Ma il commissario non ne può più di tutto questo, (p. 94). E’ frustrante non poter risolvere queste problematiche: Lombino non ha risposte da dare agli operai, agli studenti, ai presidi, ai disoccupati, meglio stare “in prima linea” e affrontare omicidi e guerre tra clan… almeno in quei casi un colpevole lo si può trovare, qualcuno da sbattere in galera.”

“Lombino vuole dunque tornare ad affrontare la terza Napoli raccontata nel romanzo, quella più oscura e malata, quella irredimibile: la città della malavita organizzata, delle piazze di spaccio, della guerra tra clan camorristici, e in particolare tra i Moffa e gli Imperio: vicende che abbiamo conosciuto nei romanzi precedenti e che ora ritornano in questa storia perché, ahimè, il “passato ritorna” attraverso due suicidi: quelli di Assunta Imperio e di Maddalena Ferrara - rispettivamente madre e moglie del defunto boss Salvatore Imperio - entrambe morte suicide, la prima in carcere, la seconda a casa sua, ed entrambe con accanto un biglietto inquietante chiaramente indirizzato al nostro commissario (p. 5).”

“Ecco i due casi, chiaramente collegati tra di loro, sui quali Lombino dovrà stavolta investigare: non di morti ammazzati, si tratta, ma di due suicidi: eppure il dubbio è forte… le due donne si sono davvero suicidate, o c’è dell’altro? Cosa significail biglietto che entrambe hanno lasciato? Perché è indirizzato al commissario e cosa significa che “non si può sfuggire alla maledizione del sangue”? Innanzitutto c’è un passato che ritorna. Bisogna tornare indietro nel tempo per dipanare la matassa, ai rapporti tra Lombino e Assunta Imperio, alla storia raccontata in Nucleo centrale, il primo romanzo della saga (ed Assunta quando è morta stava leggendo proprio questo libro…).”

“Assunta era una donna d’acciaio, bella e spietata, indurita dal suo vissuto e dal suo essere donna a capo di un clan di camorra. Lombino sa che non esiste una camorra ideale, perché la camorra “è sempre stata violenza e sopraffazione”, ma sa pure che Assunta era legata ad una sorta di codice d’onore, era una donna “ di rispetto”, ed è per questo che con lei Lombino in passato è sceso a patti. (p. 37). Ecco il passato che ritorna.”

“Diverso è il caso di Maddalena Ferrara, moglie innamorata, ma non ricambiata, del boss Salvatore Imperio, estranea all’attività del clan, non implicata in nessuna azione malavitosa. Quindi se appare in qualche modo spiegabile, comprensibile la morte di Assunta, forse voluta dai capi di un clan rivale, meno comprensibile è quella di Maddalena che possiamo definire  “fuori dal giro”…ovviamente non posso dire di più, posso solo aggiungere che c’entra il sangue, “il sangue versato”. Chi è napoletano, dice Lombino parlando con la dott.ssa Errico, sa quanto sia importante per tutti i napoletani “il sangue versato”, più del denaro, più di ogni altra cosa (p. 154).”

“E poi c’è la fisica…poteva mai mancare in questo quinto romanzo, penultimo della saga, la fisica? Ovviamente no. Lombino, come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, ha bisogno della fisica come dell’ossigeno per respirare. Stavolta le riflessioni disseminate nelle pieghe del romanzo riguardano l’“infinita controversia tra Bohr e Einstein” sulla realtà (se esista o meno a prescindere dall’osservazione) e riguardano il principio di causalità, messo in crisi dalla fisica quantistica, ma rivendicato con assoluta convinzione dal povero commissario (p. 190). Dunque, per Lombino, “se c’è fumo vuol dire che c’è fuoco” ed è un preciso dovere di uno sbirro essere realisti e cercare di capire, di “capire bene”, di trovare sempre una spiegazione, anche se questa non ci piace e non ci tiene lontano dai guai.”

“Infine la copertina: come al solito è indovinata ed assai eloquente. Abbiamo l’angolo di una facciata di un palazzo di Santa Lucia: la prospettiva è dal basso verso l’alto: cosa notiamo? A prima vista è un bel palazzo signorile, la facciata è “densa”, piena di balconi e finestre, ma non c’è regolarità, non c’è ordine, non c’è simmetria…Vito mi ha spiegato che per lui Napoli è proprio questa: una signora bella, ma di una bellezza irregolare, non convenzionale e, a volte, un po’ malmessa… come dargli torto?”

giovedì 17 marzo 2016

La presentazione di "Napoli è Centrale"

L'autore Vito R. Ferrone con la prof.ssa Alessandra Ottieri 
e la prof.ssa Olimpia Romagnuolo

martedì 15 dicembre 2015

La recensione di Ros

“Napoli è Centrale” di Vito R. Ferrone - Youcanprint selfpublishing

Tutto ha inizio con una sorta di curioso rompicapo: due donne suicide lasciano lo stesso identico biglietto, e l’enigmatico messaggio in esso contenuto ha tutta l’aria di essere indirizzato al commissario Lombino. Potrebbe sembrare solo un misterioso rovello se non fosse che le due donne vengono dal passato di Lombino e “il passato che ritorna”, carico di angosciosi interrogativi, è foriero di vicende  assai drammatiche, tanto che alla fine, come lo stesso autore ci informa nella quarta di copertina, “niente sarà come prima”.
Questo romanzo di Ferrone (l’ultimo della saga del commissario?) si riallaccia palesemente al primo episodio, a quel “Nucleo centrale” che aprì la serie e che i lettori affezionati ben ricordano.
Tempo è passato: Lombino, divenuto vicequestore, è felicemente sposato con lo splendido PM Margherita Scarfoglio da cui attende un figlio, abita a Posillipo, e continua ad avvalersi della preziosa collaborazione della simpatica e invadente domestica Carmelina. Ma nessuno sfugge per sempre al proprio passato, sembra dirci l’autore: ciò che è stato,  nel bene e nel male, ritorna prima o poi a ricordarci chi siamo.
E se in “Nucleo centrale” Napoli e la “napoletanità” più che uno sfondo della vicenda, diventavano spesso i protagonisti della storia, qui è il titolo stesso a suggerirci che Lombino e la sua città d’adozione sono un tutt’uno nella vita come nel lavoro: capire i luoghi per comprendere i fatti e le persone è la strategia vincente del commissario. Lombino “legge” i luoghi così come legge nell’animo umano facendo leva su un’ osservazione attenta, sul buon senso, su un’innata empatia. E la città, con la sua complessità e il suo fascino, vengono raccontati attraverso un’ umanità varia: oltre ai collaboratori del commissario, e agli amici di sempre, troviamo le storie di operai licenziati che minacciano di buttarsi dal tetto, dirigenti scolastici alle prese con le occupazioni studentesche, il barista di fiducia e i suoi problemi di famiglia, la vita nei bassi della città, le vicende del nuovo fidanzato della tata Carmelina. Attraverso le parole del commissario si intuisce chiaramente il legame viscerale che lega l’autore alla sua città: un rapporto di amore-odio, una sorta di dipendenza profonda e indissolubile.
Non può sfuggire poi che questo libro, più degli altri, è un omaggio alle donne. Giustamente citate nella dedica come splendide figlie della città di Partenope. Pur nella loro diversità si tratta sempre di figure positive: troviamo lavoratrici di indiscussa professionalità, mogli e madri che il destino ha sottoposto a dure prove e che hanno fatto della dignità la loro ragione di vita, giovani donne sportive e in carriera, popolane modeste ma ricche di  sagacia, e un’emblematica donna di camorra intelligente e degna di rispetto che, nonostante  il discutibile ruolo, finisce per suscitare simpatia. Eroine quasi, descritte con cura puntigliosa e grande sensibilità, e quasi sempre belle, ma soprattutto donne forti popolano l’universo del commissario Lombino. Si direbbe che l’autore voglia esaltare la femminilità in tutte le sue sfaccettature più luminose così che i personaggi maschili, pur non banali, risultino in penombra.
Con il passato tornano dunque tutti i temi cari all’autore, anche la  fisica che da sempre appassiona il commissario. Partendo dalla disputa tra Bohr ed Einstein riguardo alla realtà e alla sua osservazione, Lombino si pone domande fondamentali: si può eludere il principio di causa ed effetto? Quello stesso principio su cui si fonda il lavoro di uno sbirro? E si può dire che la realtà dipenda dall’osservatore? Domande cruciali perché il vicequestore Lombino non accetta risposte preconfezionate, non si fida delle apparenze, prende le distanze dai pregiudizi. Si mette in discussione, dolorosamente si interroga sul suo lavoro di sbirro (è proprio così che ama definirsi) e sulle sue scelte. Questo tipo di problematicità ha da sempre caratterizzato il personaggio: nel romanzo precedente, “Assenza centrale”, Lombino addirittura accarezzava l’idea di lasciare il suo lavoro, di scegliere l’assenza, come probabilmente accadde a Majorana, e non per fuggire dalle proprie responsabilità, ma per assumersele in pieno.
Nonostante i temi forti affrontati nel romanzo, nonostante il sangue che ricorre come maledizione, come destino, o più crudamente come sangue versato, nonostante le tragedie private e l’indicibile dolore che le accompagna, la lettura risulta sempre scorrevole e appassionante. La scrittura di Ferrone ha infatti il pregio  di passare disinvoltamente da toni leggeri a toni decisamente drammatici in pagine di forte impatto emotivo. Sembra proprio che l’autore si diverta a trascinare il lettore nei meandri dei suoi pensieri, nelle sue arguzie, nell’ ironia e nell’autoironia (come quando scopriamo che una delle donne suicide, prima del gesto estremo, stava leggendo un romanzo dal titolo “Nucleo centrale”).
Ci si diverte dunque, e ci si commuove immergendosi in questo libro coraggioso che sancisce definitivamente  la supremazia del fattore umano come motore primo di tutte le azioni e di tutti i comportamenti. E proprio per questo, e perché “niente sarà come prima”, stavolta Lombino smette i panni dello sbirro e “si consegna” ai suoi lettori. In attesa di giudizio.


Ros

Pubblicato il quinto episodio della saga del commissario Lombino



"Napoli è Centrale" di Vito R. Ferrone - Youcanprint selfpublishing
Dalla quarta di copertina:
Due suicidi preoccupano il vice questore Arcangelo Lombino. Per le modalità con le quali sono stati posti in essere. Per una tempistica che lascerebbe intravedere una pericolosa regia. E per i due biglietti che li motivano e che, con pochi dubbi, sembrano proprio scritti per lui. Più preoccupato di Lombino è, come spesso accade, il commissario Maffettone suo amico e fratello di quella Rosaria Maffettone che torna a Napoli dopo un lungo periodo di assenza per motivi di studio. Più bella che prima. L’affascinante pubblico ministero Margherita Scarfoglio, moglie innamorata e sinceramente ricambiata del vice questore, ha ben altre preoccupazioni che la gelosia. Una rogatoria internazione ha aperto nuovi e inquietanti scenari sul Sistema. Lei stessa è in pericolo. Di vita. Sarà Carmelina, impareggiabile tata, a ricordare, se mai ce ne fosse bisogno, al suo commissario, ad oggi vicequestore, che non si deve permettere sgarri alla fedeltà.  Sarà sempre lei ad accompagnare con la sua intelligenza, la sua vivacità, la sua conoscenza di un popolo al quale appartiene, di diritto e pienamente, a guidare, seppure inconsapevolmente, Lombino verso la soluzione finale. Che come al solito sarà legata a quello che altri hanno definito il “fattore umano”. Solo che questa volta niente sarà come prima. 

Disponibile nei consueti canali di vendita in formato cartaceo e in e-book