Quando inizio a leggere un poliziesco dove il protagonista, inevitabilmente
è un poliziotto che, nel caso di Lombino Arcangelo è anche commissario,
promosso a vicequestore per capacità investigative, indubbie, a detta dei
superiori, allora mi viene subito da associare a questo personaggio una delle
scritte che di frequente si trovano sui muri lungo i percorsi delle
manifestazioni e dei cortei di protesta, nelle grandi città, italiane e non
solo: ACAB, è uno slogan di origine anglosassone, che tradotto vorrebbe dire,
tutti i poliziotti sono bastardi. Una scritta da protesta e ribellione estrema,
che individua e colpisce la polizia in quanto forza preposta all'ordine
pubblico e quindi spesso utilizzata per reprimere le proteste e disperdere i
manifestanti, anche con violenza. Ma subito proseguendo nella lettura di
Assenza Centrale, romanzo del prof. Vito Ferrone scrittore, nonché come il suo
alter ego Lombino, appassionato di fisica e seguace del noto Ettore Majorana,
scomparso misteriosamente, mi accorgo che di bastardo nel personaggio Lombino,
poliziotto, c'è poco. Anzi è probabile che non abbia nulla di cui rimproverarsi
nell'eseguire il compito di controllo dell'ordine pubblico, in occasione di
manifestazioni di protesta a Napoli, sua città di adozione e di servizio. Ma un
commissario di polizia che opera a Napoli, città tra le più difficili da
governare nel ”bel paese”, deve avere a che fare con tanti fatti e avvenimenti
propri di una grande città, furti, delinquenza singola e organizzata,
malaffare, varie inciviltà quotidiane. Senza dubbio però i più affascinanti, e
per certi aspetti godibili letterariamente, sono i delitti. L'omicidio è il
fatto che più coinvolge e appassiona lo scrittore e di conseguenza i suoi
lettori. Talvolta gli omicidi sono banali, tristemente ordinari, per cui
l'investigatore non ci mette granché di suo per giungere all'arresto del
colpevole, quindi se non è il maggiordomo che uccide la marchesa, di solito
l'omicidio, specialmente a Napoli, è uno sgarro di pregiudicati, è una vendetta
di camorra, per cui un poliziotto di esperienza criminale riesce prima o poi a
risolvere il caso. Ma lo scrittore non può limitarsi all'ordinario. E nel caso
di Ferrone e del suo Assenza Centrale, direi che siamo in presenza di un caso
straordinariamente fuori da ogni specie di omicidio, che un lettore possa
immaginare. Potrebbe sembrare una esagerazione dire che per questo omicidio
raccontato nel romanzo, ci voleva un' investigatore altrettanto straordinario
da impiegare per poterlo affrontare e giungere alla soluzione. E il commissario
Lombino sembra perfettamente riuscito in questo ruolo. Un personaggio che si
distingue per la sua semplice umanità , ma anche per la concretezza dei
pensieri, o meglio dei retropensieri, dei quali la scrittura del romanzo, con
grande raffinatezza, evidenzia in corsivo lo svolgersi, durante il corso dei
normali dialoghi tra personaggi. Dunque il commissario Lombino scopriamo essere
uno straordinario personaggio, fisico teorico, celato dalla vita ordinaria ma
al contempo con grandi e malcelate inquietudini e fantasiose nefandezze, che
alla luce dell'efferatezza dell'omicidio a sfondo sessuale con una decisiva
perversione, forse si risvegliano, tanto da fargli poi rimpiangere la propria
moglie, la cuoca domestica, e quant'altro possa riportarlo alla sua vita
ordinaria di poliziotto, pur se novello vicequestore. Allorché finisco di
leggere questo intrigante romanzo, decisamente respingo un affiorante dubbio,
ma vuoi vedere che il commissario Lombrino è pure lui un bastardo? (mauridal)
Napoli, 11/05/2016
mercoledì 1 giugno 2016
sabato 16 aprile 2016
Alessandra Ottieri, Appunti della presentazione del volume di Vito Ferrone, Napoli è Centrale, per il commissario Lombino, Youcanprint, 2015
“Napoli è Centrale” è il quinto romanzo della serie del commissario
Lombino e, nelle intenzioni dell’autore, sarebbe dovuto essere anche l’ultimo.
Quando lo scorso anno Vito ha dato il triste annuncio e ci ha detto che avrebbe
chiuso la serie noir di Lombino per
dar vita ad un nuova saga incentrata su un personaggio femminile, un po’ ci è
dispiaciuto.”
“Lombino è un personaggio
al quale ci si affeziona facilmente, forse perché riproduce molti tratti della
personalità e del carattere del suo autore, del quale è naturalmente un alter
ego; è uno sbirro dal cuore puro, un po’ burbero, ma anche sornione e molto
umano, addirittura tenero in certe circostanze; è ancora giovane
anagraficamente, ma legato ad un modo un po’ antico di fare il poliziotto; è
uno sbirro vecchio stile, che risolve casi complicatissimi, senza l’aiuto di
tecnologie sofisticate, ma solo con un fiuto infallibile e una grande capacità
di penetrare il ‘fattore umano’, di individuare i moventi profondi che spingono
gli individui ad agire (Marlowe e Maigret, sono i puntidi riferimento di Vito,
non di certo gli investigatori muscolosi e/o super-tecnologici delle serie TV
americane). Lombino è semplicemente un osservatore, un poliziotto che vuol
capire e soprattutto “sentire”, ovvero percepire la realtà con tutti i sensi,
ma anche con il cuore, con il cervello, con l’anima; vuole caparbiamente
entrare dentro la testa e dentro la coscienza di chi ha di fronte, penetrare
nel suo mondo, nella sua vita, nella sua mentalità (p. 154). E’ così, che il
nostro commissario può riuscire a decifrare gli indizi, i segnali che gli
occorrono per la risoluzione di un caso, anche del più intricato.”
“Comunque niente
paura. Vito non ha ancora ucciso (metaforicamente) la propria creatura, Lombino
è “vivo e vegeto” ed anzi lo ritroveremo anche nel prossimo romanzo che è in
preparazione: e non potrebbe essere altrimenti, considerato il finale di questo
romanzo, che naturalmente non vi racconto, ma che lascia l’amaro in bocca. Come
è scritto nella quarta di copertina “questa volta niente sarà come prima”,
qualcosa di sconvolgente accade nelle pagine finali, che sorprendono e commuovono,
e il lettore capisce che la storia di Lombino non può finire così,
qualcos’altro dovrà accadere, probabilmente di drammatico. Insomma, dobbiamo
prepararci ad un’altra storia e ad un’altra conclusione, quella che metterà
davvero la parola “fine” alla vicenda umana e professionale del nostro
commissario.”
“Ma partiamo dal
titolo. “Napoli è Centrale” per il commissario Lombino (in questo, come nei
precedenti romanzi della saga); essa costituisce lo sfondo imprescindibile di
tutti gli intrecci e di tutti i fatti di sangue sui quali il commissario è
chiamato a investigare, e la “napoletanità” (nella sua accezione migliore,
positiva) è una componente essenziale del suo carattere. Lombino non è
napoletano di nascita, ma ha scelto Napoli come sua città ed è diventato parte di essa, Napoli gli è entrata nel
cervello e nel cuore.”
“Ma quale Napoli? Le
strade, i quartieri, i monumenti e le chiese della nostra città suggeriscono la
presenza di almeno due volti: uno più potente, superbo, quasi arrogante,
l’altro più umile, semplice, rassegnato: sono queste, in fondo, le due anime
del popolo partenopeo e le due chiese del centro storico, il Gesù Nuovo e Santa
Chiara, poste quasi una di fronte all’altra, testimoniano appunto questo affascinante
dualismo (p. 122).”
“Napoli è innanzitutto
la città del cuore: quella della formazione professionale e della crescita
personale di Lombino, quella dei suoi affetti più cari, della sua donna MargheritaScarfoglio,
(prima fidanzata, poi moglie e ora in attesa di un figlio), pubblico ministero
in gamba, impegnata, in questo romanzo in un’indagine delicatissima e anche
piuttosto rischiosa. Napoli è la città degli amici veri, del vice-commissario Pasquale
Maffettone e della sua splendida sorella Rosaria, che ritorna a Napoli e nella
vita del commissario dopo un lungo periodo di assenza; è la città della tata Carmelina,
dell’agente Giuliani, della Dott.ssa Errico, della sig.ra Clotilde, di Ciro e Sasà,
titolari del bar ai Decumani dove Lombino è di casa: tutti personaggi positivi
che abbiamo conosciuto nei precedenti romanzi e che fanno parte del variopinto
mondo affettivo del commissario; nel loro insieme rappresentano la Napoli
“buona e simpatica”, popolare e borghese, la faccia pulita della nostra città,
fatta di persone che lavorano con serietà e dedizione, che ancora credono nei
valori familiari e che sono capaci di grandi slanci affettivi.”
“Ma c’è anche
un’altra Napoli, in questo romanzo, quella della disoccupazione feroce, delle
scuole che non funzionano, dei cittadini che protestano perché non vedono
riconosciuti neppure i più elementari diritti (salute, casa, istruzione, lavoro):
si sa che a Napoli non funziona niente, cortei e manifestazioni di piazza sono
all’ordine del giorno ed è con questa realtà che il vice-questore Lombino (ex
commissario) è costretto a misurarsi. Deve occuparsi di ordine pubblico, deve
fare i conti con una città in cui nulla funziona, e nulla è come dovrebbe
essere: operai licenziati che minacciano di buttarsi giù dai cornicioni dei
palazzi, studenti che occupano scuole che cadono a pezzi e dirigenti che non
sanno che pesci prendere. Ma il commissario non ne può più di tutto questo, (p.
94). E’ frustrante non poter risolvere queste problematiche: Lombino non ha
risposte da dare agli operai, agli studenti, ai presidi, ai disoccupati, meglio
stare “in prima linea” e affrontare omicidi e guerre tra clan… almeno in quei
casi un colpevole lo si può trovare, qualcuno da sbattere in galera.”
“Lombino vuole dunque
tornare ad affrontare la terza Napoli raccontata nel romanzo, quella più oscura
e malata, quella irredimibile: la città della malavita organizzata, delle
piazze di spaccio, della guerra tra clan camorristici, e in particolare tra i
Moffa e gli Imperio: vicende che abbiamo conosciuto nei romanzi precedenti e
che ora ritornano in questa storia perché, ahimè, il “passato ritorna”
attraverso due suicidi: quelli di Assunta Imperio e di Maddalena Ferrara -
rispettivamente madre e moglie del defunto boss Salvatore Imperio - entrambe
morte suicide, la prima in carcere, la seconda a casa sua, ed entrambe con
accanto un biglietto inquietante chiaramente indirizzato al nostro commissario
(p. 5).”
“Ecco i due casi,
chiaramente collegati tra di loro, sui quali Lombino dovrà stavolta
investigare: non di morti ammazzati, si tratta, ma di due suicidi: eppure il
dubbio è forte… le due donne si sono davvero suicidate, o c’è dell’altro? Cosa
significail biglietto che entrambe hanno lasciato? Perché è indirizzato al
commissario e cosa significa che “non si può sfuggire alla maledizione del
sangue”? Innanzitutto c’è un passato che ritorna. Bisogna tornare indietro nel
tempo per dipanare la matassa, ai rapporti tra Lombino e Assunta Imperio, alla
storia raccontata in Nucleo centrale,
il primo romanzo della saga (ed Assunta quando è morta stava leggendo proprio
questo libro…).”
“Assunta era una
donna d’acciaio, bella e spietata, indurita dal suo vissuto e dal suo essere
donna a capo di un clan di camorra. Lombino sa che non esiste una camorra
ideale, perché la camorra “è sempre stata violenza e sopraffazione”, ma sa pure
che Assunta era legata ad una sorta di codice d’onore, era una donna “ di
rispetto”, ed è per questo che con lei Lombino in passato è sceso a patti. (p.
37). Ecco il passato che ritorna.”
“Diverso è il caso di
Maddalena Ferrara, moglie innamorata, ma non ricambiata, del boss Salvatore
Imperio, estranea all’attività del clan, non implicata in nessuna azione
malavitosa. Quindi se appare in qualche modo spiegabile, comprensibile la morte
di Assunta, forse voluta dai capi di un clan rivale, meno comprensibile è
quella di Maddalena che possiamo definire
“fuori dal giro”…ovviamente non posso dire di più, posso solo aggiungere
che c’entra il sangue, “il sangue versato”. Chi è napoletano, dice Lombino
parlando con la dott.ssa Errico, sa quanto sia importante per tutti i
napoletani “il sangue versato”, più del denaro, più di ogni altra cosa (p.
154).”
“E poi c’è la
fisica…poteva mai mancare in questo quinto romanzo, penultimo della saga, la
fisica? Ovviamente no. Lombino, come ho già avuto modo di dire in altre
occasioni, ha bisogno della fisica come dell’ossigeno per respirare. Stavolta
le riflessioni disseminate nelle pieghe del romanzo riguardano l’“infinita
controversia tra Bohr e Einstein” sulla realtà (se esista o meno a prescindere
dall’osservazione) e riguardano il principio di causalità, messo in crisi dalla
fisica quantistica, ma rivendicato con assoluta convinzione dal povero commissario
(p. 190). Dunque, per Lombino, “se c’è fumo vuol dire che c’è fuoco” ed è un
preciso dovere di uno sbirro essere realisti e cercare di capire, di “capire
bene”, di trovare sempre una spiegazione, anche se questa non ci piace e non ci
tiene lontano dai guai.”
“Infine la copertina:
come al solito è indovinata ed assai eloquente. Abbiamo l’angolo di una
facciata di un palazzo di Santa Lucia: la prospettiva è dal basso verso l’alto:
cosa notiamo? A prima vista è un bel palazzo signorile, la facciata è “densa”,
piena di balconi e finestre, ma non c’è regolarità, non c’è ordine, non c’è simmetria…Vito
mi ha spiegato che per lui Napoli è proprio questa: una signora bella, ma di
una bellezza irregolare, non convenzionale e, a volte, un po’ malmessa… come dargli
torto?”
giovedì 17 marzo 2016
mercoledì 24 febbraio 2016
martedì 15 dicembre 2015
La recensione di Ros
“Napoli è Centrale” di Vito R.
Ferrone - Youcanprint selfpublishing
Tutto ha inizio
con una sorta di curioso rompicapo: due donne suicide lasciano lo stesso
identico biglietto, e l’enigmatico messaggio in esso contenuto ha tutta l’aria
di essere indirizzato al commissario Lombino. Potrebbe sembrare solo un
misterioso rovello se non fosse che le due donne vengono dal passato di Lombino
e “il passato che ritorna”, carico di angosciosi interrogativi, è foriero di
vicende assai drammatiche, tanto che
alla fine, come lo stesso autore ci informa nella quarta di copertina, “niente
sarà come prima”.
Questo romanzo
di Ferrone (l’ultimo della saga del commissario?) si riallaccia palesemente al
primo episodio, a quel “Nucleo centrale” che aprì la serie e che i lettori
affezionati ben ricordano.
Tempo è passato:
Lombino, divenuto vicequestore, è felicemente sposato con lo splendido PM
Margherita Scarfoglio da cui attende un figlio, abita a Posillipo, e continua
ad avvalersi della preziosa collaborazione della simpatica e invadente
domestica Carmelina. Ma nessuno sfugge per sempre al proprio passato, sembra
dirci l’autore: ciò che è stato, nel
bene e nel male, ritorna prima o poi a ricordarci chi siamo.
E se in “Nucleo
centrale” Napoli e la “napoletanità” più che uno sfondo della vicenda,
diventavano spesso i protagonisti della storia, qui è il titolo stesso a
suggerirci che Lombino e la sua città d’adozione sono un tutt’uno nella vita
come nel lavoro: capire i luoghi per comprendere i fatti e le persone è la
strategia vincente del commissario. Lombino “legge” i luoghi così come legge
nell’animo umano facendo leva su un’ osservazione attenta, sul buon senso, su un’innata
empatia. E la città, con la sua complessità e il suo fascino, vengono raccontati
attraverso un’ umanità varia: oltre ai collaboratori del commissario, e agli
amici di sempre, troviamo le storie di operai licenziati che minacciano di
buttarsi dal tetto, dirigenti scolastici alle prese con le occupazioni
studentesche, il barista di fiducia e i suoi problemi di famiglia, la vita nei
bassi della città, le vicende del nuovo fidanzato della tata Carmelina. Attraverso
le parole del commissario si intuisce chiaramente il legame viscerale che lega
l’autore alla sua città: un rapporto di amore-odio, una sorta di dipendenza
profonda e indissolubile.
Non può sfuggire
poi che questo libro, più degli altri, è un omaggio alle donne. Giustamente
citate nella dedica come splendide figlie della città di Partenope. Pur nella
loro diversità si tratta sempre di figure positive: troviamo lavoratrici di
indiscussa professionalità, mogli e madri che il destino ha sottoposto a dure
prove e che hanno fatto della dignità la loro ragione di vita, giovani donne
sportive e in carriera, popolane modeste ma ricche di sagacia, e un’emblematica donna di camorra intelligente
e degna di rispetto che, nonostante il
discutibile ruolo, finisce per suscitare simpatia. Eroine quasi, descritte con
cura puntigliosa e grande sensibilità, e quasi sempre belle, ma soprattutto
donne forti popolano l’universo del commissario Lombino. Si direbbe che
l’autore voglia esaltare la femminilità in tutte le sue sfaccettature più
luminose così che i personaggi maschili, pur non banali, risultino in penombra.
Con il passato
tornano dunque tutti i temi cari all’autore, anche la fisica che da sempre appassiona il commissario.
Partendo dalla disputa tra Bohr ed Einstein riguardo alla realtà e alla sua
osservazione, Lombino si pone domande fondamentali: si può eludere il principio
di causa ed effetto? Quello stesso principio su cui si fonda il lavoro di uno
sbirro? E si può dire che la realtà dipenda dall’osservatore? Domande cruciali
perché il vicequestore Lombino non accetta risposte preconfezionate, non si
fida delle apparenze, prende le distanze dai pregiudizi. Si mette in
discussione, dolorosamente si interroga sul suo lavoro di sbirro (è proprio
così che ama definirsi) e sulle sue scelte. Questo tipo di problematicità ha da
sempre caratterizzato il personaggio: nel romanzo precedente, “Assenza
centrale”, Lombino addirittura accarezzava l’idea di lasciare il suo lavoro, di
scegliere l’assenza, come probabilmente accadde a Majorana, e non per fuggire
dalle proprie responsabilità, ma per assumersele in pieno.
Nonostante i
temi forti affrontati nel romanzo, nonostante il sangue che ricorre come
maledizione, come destino, o più crudamente come sangue versato, nonostante le
tragedie private e l’indicibile dolore che le accompagna, la lettura risulta sempre
scorrevole e appassionante. La scrittura di Ferrone ha infatti il pregio di passare disinvoltamente da toni leggeri a toni
decisamente drammatici in pagine di forte impatto emotivo. Sembra proprio che
l’autore si diverta a trascinare il lettore nei meandri dei suoi pensieri,
nelle sue arguzie, nell’ ironia e nell’autoironia (come quando scopriamo che
una delle donne suicide, prima del gesto estremo, stava leggendo un romanzo dal
titolo “Nucleo centrale”).
Ci si diverte dunque,
e ci si commuove immergendosi in questo libro coraggioso che sancisce
definitivamente la supremazia del fattore
umano come motore primo di tutte le azioni e di tutti i comportamenti. E proprio
per questo, e perché “niente sarà come prima”, stavolta Lombino smette i panni
dello sbirro e “si consegna” ai suoi lettori. In attesa di giudizio.
Ros
Pubblicato il quinto episodio della saga del commissario Lombino
"Napoli è Centrale" di Vito R. Ferrone - Youcanprint selfpublishing
Dalla quarta di copertina:
Due
suicidi preoccupano il vice questore Arcangelo Lombino. Per le modalità con le
quali sono stati posti in essere. Per una tempistica che lascerebbe intravedere
una pericolosa regia. E per i due biglietti che li motivano e che, con pochi
dubbi, sembrano proprio scritti per lui. Più preoccupato di Lombino è, come
spesso accade, il commissario Maffettone suo amico e fratello di quella Rosaria
Maffettone che torna a Napoli dopo un lungo periodo di assenza per motivi di
studio. Più bella che prima. L’affascinante pubblico ministero Margherita
Scarfoglio, moglie innamorata e sinceramente ricambiata del vice questore, ha
ben altre preoccupazioni che la gelosia. Una rogatoria internazione ha aperto
nuovi e inquietanti scenari sul Sistema. Lei stessa è in pericolo. Di vita.
Sarà Carmelina, impareggiabile tata, a ricordare, se mai ce ne fosse bisogno,
al suo commissario, ad oggi vicequestore, che non si deve permettere sgarri
alla fedeltà. Sarà sempre lei ad
accompagnare con la sua intelligenza, la sua vivacità, la sua conoscenza di un
popolo al quale appartiene, di diritto e pienamente, a guidare, seppure
inconsapevolmente, Lombino verso la soluzione finale. Che come al solito sarà
legata a quello che altri hanno definito il “fattore umano”. Solo che questa
volta niente sarà come prima.
Disponibile nei consueti canali di vendita in formato cartaceo e in e-book
mercoledì 6 maggio 2015
Lombino non tiene tanto genio di arrestare i colpevoli
Lo
ammetto, che devo fare?, così è. Il commissario Arcangelo Lombino ad oggi vice
questore con la precisa responsabilità, per delega si capisce, del mantenimento
dell’ordine pubblico in quel di Napoli, non tiene tanto genio di arrestare i
colpevoli. Che lui stesso infallibilmente, adesso non esageriamo, quasi, molto
quasi infallibilmente, scopre. Un casino!
Mettiamo
un poco di ordine. Innanzitutto quali colpevoli? Non certo i camorristi. Su
quello non ci sono perplessità. Oddio in Nucleo Centrale non è che è proprio
il colpevole camorrista a finire in galera, però che può fare il commissario?
Quell’altro, pure lui camorrista, si consegna con tanto di confessione
circostanziata. Consegna pure l’arma del delitto, la perizia balistica dubbi
non ne lascia, con le sue impronte. E non tiene uno straccio di alibi. Neanche
un’ombra di movente, se è per questo. Lombino lo capisce ma, ripeto, che può
fare? Arrestare chi secondo lui è il vero
colpevole? Ma come fai? Confidarsi, confrontarsi, fidarsi del pubblico
ministero più bello che il noir mondiale ricordi, la splendida e professionale
Scarfoglio dottoressa Margherita. Non era cosa. Si erano pure litigati.
Nientemeno che Lombino non se la scopava. Un fatto che gridava vendetta al
cospetto del padre eterno.
(Non
vorrei dire, ma poi Lombino se la tromba alla bella dottoressa, se la sposa e
da bravo commissario/vice questore del mio amatissimo sud la mette pure
incinta. Che sono tutte queste storie con tutti questi problemi? Uno convive
non convive; è fidanzato non è fidanzato; ci piace non ci piace; tengo
desiderio di te, ma Lucilla non è male - chi è Lucilla? Non lo so, mi piaceva
il nome. Un’altra te, diciamo - ; stare insieme porta all’abitudine eppure non
posso vivere senza di te, quindi me ne sto da solo. Ce ne stiamo da soli,
lontani. Come si fa a diventare padre? Quest’ultimo quesito mi fa impazzire. Ma
come investigatori che non vi dico, e non lo sanno? Lombino lo sa. E si dà da fare.
Margherita poi, anzi prima, è una gran fica. Quindi? Lo so già, quindi. Che
sono un autore rozzo. Uno lo sa coma si fa a diventare a padre, è la
responsabilità che ne deriva il problema. Primitivo. Di un autore. Sarà. Io
tanto tanto non ne sono convinto. Uomini di quel calibro, che si sono caricati
sulle loro spalle tutti i problemi del mondo dei vivi e in alcuni casi anche di
quello dei morti, che temono, hanno paura, della responsabilità di crescere un
figlio? Mah. Oltretutto scopano come ricci, nelle condizioni le più impossibili,
e mai una di loro che resti gravida. Boh.)
Insomma
in Nucleo,
Lombino, il colpevole, quello che tale si è dichiarato, lo arresta senza se e
senza ma. Come uno sbirro vero. Quale egli si sente. Ed è. E il vero colpevole?
Libero. Che razza di sbirro vero, che si sente ed è, questa specie di
commissario sarebbe? Non so che dire.
Lombino questo è. È capace di gesti, vogliamo dire alla Marlowe? È capace.
Arcangelo Lombino si prende responsabilità altre. Pagando di persona.
Lombino
i camorristi li manda in galera, senza requie, abbiamo detto. Gli altri non
proprio. Perché? Il primo problema di Lombino è che “giustizia” è una parola
che non suona bene né in bocca ad uno sbirro né tantomeno sulle labbra di un
magistrato, qualunque esso sia, pubblico ministero o giudicante. Già tiene il
commissario, ad oggi vicequestore, un problema grande come una casa con la
legge, figuriamoci con la giustizia. Per non parlare del carcere.
Partiamo
dal carcere. Lombino non crede che il carcere sia un luogo dove la gente diventa
migliore. Per il nostro commissario il carcere è un luogo di perdizione. Non
c’è nessuna reale efficacia della pena detentiva come rieducazione. Chi esce da
galera dopo aver scontato quello che aveva da scontare è mediamente peggiore di
quanto non lo fosse prima di uscire. Del reinserimento, poi, in un contesto
sociale degno non ne parliamo proprio, chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere, e
ancora chiacchiere. Il carcere è un inferno, dove se uno non si suicida è
perché …. Non lo so, ma di sicuro bene non si trova. Troppo severo il giudizio
di Lombino? Troppo duro? Una società ha il diritto di difendersi, e per questo
che esistono le carceri. Lombino è d’accordo. Ma il problema lo tiene. Se uno,
quindi, ha ucciso per troppo amore, o per difendere chi ha amato e ama, o anche
per esagerata gelosia, o perché non poteva fare diversamente, perché se ciò che
altri hanno chiamato fattore umano in qualche modo e misura lo ha messo con le
spalle al muro, in quell’inferno di nome carcere bisogna mandarlo?
La
legge. La legge non è uguale per tutti. Lombino ne è convinto. In Relatività
Centrale Lombino spiega perché la legge non è, non lo è mai stata, e
sempre più non lo sarà, uguale per tutti. Se uno non vuole leggere Relatività,
secondo me sbaglia ma è un suo diritto, può, per farsi un’idea, pensare al
cataclisma di esperti che più esperti non si può che imperversano più o meno
baldanzosamente per i processi. Scusate, ce lo vogliamo chiedere quanto costano?
Loro e tutte le scene del crimine bidimensionali, tridimensionali e, persino,
tetradimensionali, che devono ricostruire (tetradimensionali non esiste, non è
possibile! Sarà, ma io per prudenza lo lascio.), tutti i percorsi che devono
percorrere e ripercorrere, tutte le analisi che devono essere fatte e rifatte,
tutte le psicologie che devono essere intraprese e portate a compimento. E voglio
fermarmi qui. Chi ce li ha tutti questi soldi? E come fa uno a difendersi se
l’accusa ha mezzi e potere illimitati?
Certo,
non è che Lombino non crede nella legge, ci crede. Il suo dovere lo fa. Quello
di sbirro. Mediamente lo fa, e lo fa anche bene. Però non è che è convinto che
il così detto rigore della legge vada bene sempre e comunque. Per i camorristi
non c’è problema, hanno un sacco di soldi. E poi a Lombino non stanno simpatici,
se vogliamo dire così, proprio per niente. Sopraffazione, violenza, crudeltà,
malvagità, ferocia, e ancora troppi
soldi! Ma gli altri? Tutti gli altri? Quasi vittime del loro fattore
umano? È un problema. (E i camorristi? Non tengono pure loro il fattore umano?
Sì e no. Forse donna Assunta Imperio, non so. E le colpe della società, delle
ingiustizie sociali, del lavoro che non c’è? Indubbiamente, ma quando è troppo
è troppo. E poi, l’ho detto, a Lombino
“il sistema” non piace proprio per niente, a lui piacciono le persone. Quelle
che soffrono, che si sacrificano, che amano, che odiano, e non per soldi o
sopraffazione, che si mettono totalmente in gioco, e non per un potere ottuso e
violento, che sanno andare oltre. Anche oltre ciò che la legge non riconosce.
Assunta Spina può insegnarci qualcosa?).
E siamo
arrivati alla giustizia. Per Lombino la giustizia è roba da maneggiare con
cautela. Anche se amministrata nel nome del popolo. Non c’è giustizia senza
verità. E la verità processuale è quella che è. In tribunale è vero ciò che
ragionevolmente puoi dimostrare. In un noir che si rispetti siamo border line.
Ciò che è accaduto è accaduto, ciò che è vero è vero. I tribunali vanno
rispettati e aiutati ma … c’è sempre un ma.
Se
proprio vogliamo il commissario ad oggi vicequestore Lombino fa propria,
coscientemente o anche no, la posizione di Dostoevskij, cioè che, in fondo, la
giustizia è una categoria divina.
Come è noto per Dostoevskij senza Dio non c’è verità. E senza verità non c’è
giustizia. Non è che Lombino sia Dostoevskij. Siamo tutti d’accordo credo,
anche perché da come riporta per iscritto le sue vicissitudini mi pare fin
troppo evidente. Ma non è neanche Montalbano tutto compito e convinto che
l’uomo basti a se stesso e, per ciò stesso, non dipende. Non è figlio. A
Salvuzzo nostro, e a tutti gli altri, la legge e la conseguente infallibile
giustizia, direi degli uomini, basta e avanza. E convince. È quasi una ragione
di vita. Non c’è nessuno al di sopra della legge, che se pure perfettibile, va
rispettata e ad essa vanno affidate in toto le nostre vite. Senza se e senza
ma. Lombino, invece, tiene sempre un sacco di dubbi (e anche qui, francamente,
non se ne poteva più di tutti questi commissari e affini che sono più
infallibili di Guglielmo Tell con una mela annurca, più decisi di Ulisse alle
prese con i proci, più convinti del professore Odifreddi quando deve parlare
male della chiesa, cioè sempre, più intelligenti di Einstein, più geniali di
Leonardo, più super di Superman), e sente con convinzione che la giustizia è
una cosa troppo seria per lasciarla in mano a dei tecnici del diritto. E si
arrangia a modo suo.
E poi
c’è il noir. Già ho detto ma conviene
ripeterlo. C’è nel noir come un di più. Un di più di sofferenza, un di più di compassione,
magari violenta (sic!), un di più di assunzione di responsabilità, un di più di
carica morale. Proprio così: carica morale. Ci vuole uno spessore morale
convincente per non arrestare chi bisogna arrestare. Secondo la legge e secondo
il proprio dovere. Qua sta il punto. Ma ci vuole anche una conoscenza di chi ti
sta di fronte, altrimenti non vai da nessuna parte. Lombino lo sa. Lombino
conosce chi gli sta di fronte. Conta e rischia sul fattore umano. Sul suo e su
quello dei colpevoli. Non c’è nessuna sociologia. Sto parlando di un’altra
cosa. I colpevoli sono colpevoli. E in qualche modo pagheranno perché la loro
umanità, il fattore umano, è tale che non riescono a farla franca. È in fondo
su questo che Lombino conta, senza nulla a pretendere. Intanto lui è pronto a
pagare. Tanto per dire, in Relatività paga, e duramente, le
conseguenze di una sua scelta.
In ultimo.
Ma insomma, Lombino si rende conto che non arrestare chi lui stesso individua
come colpevole è comunque un vulnus per il mestiere che fa? Vanno bene tutte le
motivazioni (forse), ma comunque sbirro è. Orgogliosamente sbirro, si ritiene.
Lombino lo sa che il problema ci sta. Il vulnus c’è. E con serietà, in Assenza
Centrale, pensa di lasciare. Confortato nella sua scelta da esempi
molto più autorevoli. In altri campi. Nella sua amata fisica, e dintorni, tanto
per non sbagliare. Vuole lasciare. E lo farebbe pure. Perché è uno serio. C’è stato
solo un problema: i pochi e affezionatissimi lettori non sono tanto d’accordo.
A loro sembra proprio che vada bene così.
Napoli, 5 maggio 2015
Vito R. Ferrone in
Lombino
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