mercoledì 14 maggio 2014

Intervista a cura di Mario Coviello. Dirigente scolastico e patrocinatore di libri e di cultura.



1.       Con questo terzo romanzo sei tornato nel tuo paese d’origine. Cosa rappresenta la Lucania per te ?

La Lucania è per me il luogo della memoria. È il ricordo che si fa presente. Ho vissuto a Napoli la maggior parte degli anni della mia vita e qui ho avuto la possibilità di incontrare una moltitudine di persone, uomini e donne, che ciascuno a modo suo mi ha dato, e anche tolto, qualcosa; di crescere perché sollecitato; di non appassire perché sempre in continuo confronto con una realtà ricca, complessa, difficile, interessante, pericolosa, imperdibile, odiata, amata. È fin troppo evidente che nel percorso che mi ha portato fin qui nel tempo Napoli è stata più che decisiva. Però. La bontà e la concretezza di quell’humus originale non sono mai venute meno. Ciò che io sono oggi, dopo circa quaranta anni di vita nella città di Partenope, ha comunque le radici in quella memoria. Perché ha fatto da contro altare impervio, interessante e fertile ad una realtà nel quotidiano completamente diversa. Realtà mai immota. Che ha subìto, favorito e prodotto capovolgimenti così radicali che in molti suoi aspetti hanno stravolto ciò che era. O era stata. Avere, in questo autentico tsunami sociale, politico ed economico,  un punto fermo, per certi versi immobile, a me è servito. Per non farsi trascinare. Per ricominciare. Con consapevolezza e lucidità. Perché la parola che da sempre, per quello che mi riguarda, accompagna la parola Lucania è: dignità. Oserei dire che sono sinonimi. Tanto che il mio smarrimento a volte è proprio quello di vedere con triste consapevolezza che quella parola, dignità, ha come perso consistenza, spessore, forza. Oserei dire popolarità. Fra la gente di Lucania. Che in troppi si ostinano a chiamare Basilicata.

2.       Nella tua terza fatica fai spesso riferimento  agli amici di sempre. Perché è importante l’amicizia per Vito Ferrone/ commissario Lombino ?

Io senza amici non so campare. Perché? Non lo so. So che è così, e basta. L’unica cosa che mi viene in mente per dare consistenza e forma a queste frasi così perentorie e sintetiche è ricordare un bellissimo film di qualche anno fa. “Le conseguenze dell’amore”, con Toni Servillo. Che confinato in un’arida città della Svizzera a riciclare danaro per un potente clan mafioso, in una scena commovente e disperata, cerca inutilmente di spiegare, senza molto impegno devo dire perché evidentemente ha capito che è inutile, ad un figlio piuttosto scettico, se non riottoso, che se si è amici lo si è per sempre. E non contano né il tempo né lo spazio. Cioè le distanze. O gli inciampi della vita. È un’alchimia che resiste. Dà forza, incoraggia, fa compagnia, rassicura, risolve. Basta alzare lo sguardo. O il telefono. E sentirsi rispondere: “Non ti muovere. Sto arrivando”. In tutte le lingue del mondo. In tutti dialetti del mio amato sud.

3.       Nei  tuoi romanzi emerge una vasta gamma di  figure femminili forti. Sono madri, mogli, amanti e assassine. Ci vuoi  raccontare  il tuo universo femminile?

L’universo femminile? Un illustre sconosciuto. Se qualcosa, poco, ci ho capito e ho cercato di riportare nei miei libri, non è merito mio ma di chi, per motivi legati alla propria complessità e che io non conosco, ha deciso con gratuità, intelligenza pazienza e curiosità di svelarsi. In qualche modo. Almeno un po’. Così qualcosa sono riuscito ad imparare. Sono pur sempre uno attento. E ho riproposto. Senza nessuna pretesa di averci preso. Il personaggio che amo di più è Carmelina. Tata o presunta tale. Perché Carmelina rappresenta e presenta il cuore di Napoli. Di una Napoli che in una certa misura non c’è più. Certamente la Napoli popolare. Ma non solo, direi. Con tutta la sua generosità, la sua saggezza, la sua ironia, la sua perspicacia, la sua capacità di affrontare le avversità della vita e della storia ma anche con le sue paure, le sue invidie, le sue piccole o grandi meschinità, la sua cattiveria. Carmelina è il dottor Watson di Lombino. Lombino in fondo risolve perché conosce, ascolta, vede, sente, percepisce. Non perché è geniale, enciclopedico, politicamente corretto, con tutte le pene del mondo sulle sue spalle, scientifico, triste, disperato, con un passato che non si può dire e un presente che lasciamo perdere, tecnologico o, Dio ce ne scampi e liberi, perché esperto di profili. Psicologici. No. Il commissario, ad oggi vicequestore, Lombino sa di che si sta parlando. È uno normale. Normodotato, se così posso dire. Che conosce i suoi polli. E quando Carmelina comunica, lui afferra.  A tempo e luogo. Si capisce. L’universo di cui prima ovviamente non inizia né finisce con Carmelina. C’è Rosaria. L’amica che tutti vorremmo avere. Bella, intelligente, sincera, appassionata, fidata, affidabile. Non esiste un’amica così nella realtà? Io dico di sì. Con Margherita, dottoressa Scarfoglio, poi ho passato i guai miei. Le mie poche e appassionate lettrici e amiche me ne hanno dette di tutti i colori. Qualcuna è arrivata perfino a scomodare Freud. Che io appena so come si scrive. Una proiezione dei miei più ancestrali e inconsci desideri. E proprio perché inconsci io non sapevo di averli ma le mie lettrici ed amiche sì. Loro lo sapevano. Io volevo solo creare un contrasto forte e speravo, spero, interessante, tra uno sbirro che viene dalla zolla, non sempre a suo agio e non sempre sicuro di quello che sta facendo o pensando o dicendo, e un magistrato e una donna spigliata, brillante, glamour con natali e magione sulla collina più chic, che più chic non si può, Posillipo. Anche con i cognomi sono stato attento. Scarfoglio. Che dire di più. E Lombino. Cognome di emigranti. Al di là dell’oceano. Ma a chi lo dici? Alle mie lettrici e amiche è di sicuro tempo perso. Poi dovrei ricordare Assunta Imperio, donna di camorra. Adriana Ferrigno, capo della squadra catturandi. Antonietta, agente scelto della polizia di stato. Annalisa. Maddalena. Rachele. Annamaria. Un universo, l’abbiamo detto. Con un immarcescibile centro di gravità permanente. Rosaria. Mia moglie.

4.       Ti occupi nel tuo libro, raccontando il processo a Galileo Galilei, di cattolicesimo e pensiero laico. Perché hai avuto la necessità di affermare attraverso Galileo che  “ la ricerca è sempre frutto di una scelta. Morale….. , e che…non è vero che la scienza debba rispondere solo a se stessa.” ?

Galilei. Vorrei partire da un elemento di chiarezza. Sincera. Mischiare teologia e scienza sperimentale è stato da parte della Chiesa un errore. Che difatti non ha più commesso. Però. Da questo a sostenere che tra la fede, in quanto riconoscimento di un mistero, e la scienza, quale espressione più fulgida della ragione (o della razionalità?), c’è un vulnus insanabile, foriero di scontri ineluttabili e drammatici e di scelte forti, secondo me è sbagliato. Perché non è così. Voglio solo ricordare alcuni dei nomi che hanno fatto la storia della scienza. Sperimentale. Quella di Galilei per intenderci. Pascal, Maxwell, Ampère, padre Secchi. E non vorrei dimenticare Copernico o Keplero o lo stesso Galileo. Lo so. Si può sempre pensare di opporre a questo elenco, molto parziale devo dire, altri nomi. Odifreddi, per esempio. Ma a parte, come dire?, il diverso spessore scientifico, ciò non toglie che molti di quelli che hanno cambiato la scienza, sono uomini di fede. Cattolica. O cristiana. Piaccia o no. Questo è. E allora? Allora è tutto in quiz. Perché mai coloro che più di tutti si preoccupano di noi e di me e della mia intelligenza e della mia coscienza, si sono guardati bene dal dire che Galilei non aveva nessuna, dico nessuna, prova sperimentale certa e definitiva? Tanta arroganza sì. Ma prove inequivocabili nessuna. C’è voluto Foucault con il suo pendolo. Parecchi, ma veramente parecchi, anni dopo. E il quiz continua. Perché gli illuminati dalla ragione e troppe volte dai troppi soldi o più maldestramente dall’ideologia hanno dimenticato di dire parecchie cose? Sono sicuro che l’hanno fatto per il ben nostro. Io li ringrazio, ma il problema resta. Perché non ci hanno detto che Galilei non ha  mai pronunciato la frase “eppur si muove”? Che non è stato incarcerato? Che non è stato torturato? Che non gli è stato impedito di continuare i suoi studi? Che ha potuto incontrare i suoi allievi, confrontarsi con altri studiosi e scrivere la summa del suo pensiero scientifico? Dopo il famoso processo. Perché? Perché si sono dimenticati di dircelo? Anzi hanno sostenuto il contrario. Allora, una volta saputo e capito, ho cercato di rispondere. Al quiz. Senza pregiudizi. Nel rispetto dei fatti certi. Storicamente certi. Accettando il rischio di farlo. Sì il rischio. Perché Galilei e il suo processo rientrano a pieno titolo in una lotta senza quartiere. Anzi sono l’alfa e l’omega. Di questa lotta. Scatenata da quel capitalismo finanziario d’assalto globale che ha affamato mezzo mondo se non qualche cosa in più e che ha i soldi, quelli veri, per orientare, diciamo così, la ricerca scientifica. Che fa sempre di più, in molti campi, da catalizzatore di un nuovo umanesimo. Se questo non bastasse, nel nostro disastrato paese abbiamo i buoni, i bravi e i belli che come sono acculturati loro, nessuno mai. I quali, in nome e per conto di una laicità a loro uso e consumo, si sono accodati. Hai visto mai. Non ci saranno prigionieri. In questa guerra. Ma ho deciso di farlo lo stesso. Perché non se ne può più. Io non ne posso più. Dei nuovi sacerdoti della ragione e dei custodi dell’assioma del relativismo della verità. E delle nuove e splendenti e inarrestabili conoscenze scientifiche. Che renderanno tutto e, soprattutto, tutti noi un’altra cosa. Liberi e immortali. O quasi. Felici e potenti. Più o meno. E finalmente aiuteranno a cancellare le differenze. Tutte le differenze. Fra uomini e donne. Prima di tutto. Che so’ ste stronzate? Ste differenze? Siamo tutti li stessi! E non in dignità e diritti come è giusto che sia. No, no. Siamo, o se non proprio siamo, lo saremo, tutti la stessa cosa. A buon peso, certo. Non è che stiamo a spaccare il capello. Ma nessuna differenza di genere. Mai più. La scienza darà una grossa mano anche in questo. Ha già dato una grossa mano. Gli scienziati, non tutti, certo e per fortuna, hanno scelto. Quanto liberamente non saprei, ma lo hanno fatto. La cosa bella è che lo hanno fatto, dicono loro, perché la ricerca di per sé risponde solo a se stessa. Non ha limiti. Non può e non deve avere limiti. È difficile credere che siano sinceri. Anche in considerazione dei miliardi di dollari che ci vogliono ogni anno. Per la ricerca che non conosce limiti. Ma solo la coscienza di sé. Lo stesso voglio dare credito. E allora dico: non è così. E anche se non è proprio elegante, aggiungo: ricordatevi dei gas usati fin dalla prima guerra mondiale grazie al meglio della fisica tedesca, delle armi chimiche e di quelle batteriologiche. Tenete sempre bene a mente che l’apice dell’intelligenza e della genialità di molti scienziati fu la bomba atomica. In fondo, caro Mario, mi sono preso un rischio per amore di quello che Lombino chiama la fisica, e dintorni. E per il rispetto profondo di tutti quelli che ancora ci credono nella fisica, e dintorni. Questa è la verità.


5.       Nella quarta di copertina ci racconti che “ Nucleo centrale “ è il tuo primo romanzo, che ”Relatività centrale “, che noi abbiamo letto per secondo, è invece  la tua terza fatica e che  “Immobilità centrale “ è il tuo secondo romanzo. Ci vuoi spiegare ?

“Immobilità Centrale” è stato pubblicato dopo “Relatività Centrale” è vero, ma ti posso assicurare che l’ho cominciato a scrivere molto prima. E una prima, lunga e faticosa stesura definitiva, così pensavo, ha preso forma timidamente e per un brevissimo periodo come “Centro Immobile”. Poi mi sono deciso a fare tutto d’accapo, perché non riuscivo a dare un compimento convincente ad un libro difficile. Difficilissimo, per me. In un certo senso sbagliato. Uno dei miei più cari amici, autorevole componente del mio competente, affettuoso e quasi mai tenero gruppo dell’editing, per tutto il tempo che io sono stato impegnato con “Centro Immobile”, prima, e “Immobilità Centrale”, dopo, ha continuato a ripetere: un libro funziona tanto più quanto più autore e protagonista sono distaccati. Distanti. Autonomi. Io non è che non l’ho ascoltato, l’ho fatto, ma per certi versi non gli ho dato retta. Così la fatica è aumentata. E il tempo è passato. Le revisioni e le riscritture si sono rincorse e sovrapposte. Tant’è che ho avuto il tempo di scrivere anche il quarto: “Assenza Centrale”. Di pubblicazione programmata dopo l’estate. Ne è valsa la pena? Tutta questa faticata. Non sta a me dirlo. Posso solo ricordare quanto amava ripetere Hemingway, i cui romanzi sono stati sempre ispirati a persone da lui conosciute o addirittura frequentate abitualmente. A tutti quelli che con un’ostinazione degna di miglior causa andavano cercando le persone dietro ai personaggi e la cronaca dietro ad una storia, diceva: è solo un romanzo. Lo voglio ridire: è solo un romanzo. Niente di più. E il coinvolgimento personale dell’autore? Se c’è, non ha alcuna importanza. Perché ciò che conta è la parola. La sua capacità di nascondere e svelare, di raccontare e far pensare. Di affabulare.

6.       Hai già il titolo del tuo quarto romanzo “Assenza centrale “ e “ un quinto pensato “. Ci puoi anticipare qualcosa ?

I nuovi romanzi. “Assenza Centrale”, l’ho detto, è già stato licenziato. L’ultima stesura mi ha convinto. E  i miei fratelli/coltelli dell’editing  di noi altri - coltelli, e giustamente, solo in questo, perché mi vogliono bene e mai mi manderebbero allo sbaraglio con un prodotto che non sia più che dignitoso, e interessante. Naturalmente l’editing di noi altri ha una pecca grave, purtroppo, perché cazzutissimo sulla forma e sui contenuti non capisce un accidente di mercato e di mercato editoriale. Insomma sono malmesso, ma va bene così - i miei fratelli/coltelli, dicevo, erano soddisfatti. Il più critico da sempre, Alberto, in un momento di debolezza penso, si è spinto addirittura a dire che sono stato bravo. Quasi bravo. A voler essere pedanti. Con “Assenza centrale”. Non ti racconto il mio stupore. E la commozione. Comunque, siamo a Napoli con Lombino promosso vice-questore con delega all’ordine pubblico. E sposo. Di Margherita. Rosaria non c’è. Si e messa a studiare e ovviamente è all’estero. In compenso c’è Carmelina alle prese con un nuovo amore. Suppergiù. Diciamo con un potenziale fidanzato. Toccherà naturalmente al neo vice-questore fare in modo che la potenza diventi atto. Ovviamente c’è un omicidio. Efferato. Nella Napoli bene. Così detta. Di una donna che Lombino ha amato. E c’è Ettore Majorana, il più grande di tutti. A via Panisperna. Che con i suoi silenzi e la sua scomparsa sembra suggerire una strada, un percorso. Non solo alla fisica. E a Lombino. Ma a tutti noi. “Centrale”, infine, è un cantiere aperto. Le poche cose certe. È l’ultimo romanzo di Lombino. Forse ci sarà altro ma il vice-questore, già commissario, Arcangelo Lombino, non più. Con “Centrale” torno ai temi della grande criminalità e Margherita come pubblico ministero avrà un ruolo molto più decisivo che negli altri romanzi. La fisica, e dintorni, riguarderà la particella di Higgs. La particella di Dio. Dio stesso. E non so altro. Solo che sarà decisivo il fattore umano. La centralità della persona. Come sempre.

7.       In  “ Immobilità centrale “ parli di te stesso e racconti le tue radici, tuo padre e soprattutto tua madre. Come sei veramente ? E che significato ha oggi per te il rapporto con tua madre ?

Come sono veramente, mi chiedi. Di preciso, francamente, non saprei bene cosa dire. Però penso questo. Se uno legge con attenzione, qualcosa ci capisce. In quanto a mia madre permettimi di augurale ogni bene per molti anni ancora. 
Grazie.

Napoli, 10 maggio 2014.

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